Il golpe in Arabia Saudita è la ciliegina sulla torta geopolitica di Trump e Putin

Tom Luongo, 8 novembre 2017Il regno del principe ereditario Muhamad bin Salman in Arabia Saudita è iniziato, come proverbiale “Notte dei coltelli lunghi” divenuta settimana. E probabilmente si prolungherà di molto. Le sue mosse sono molto più che consolidare il potere donatogli dal padre re Abdallah. Si tratta di cambiamenti enormi nel regno. Bin Salman, in soli cinque giorni, ha completamente smantellato lo status quo vecchio di decenni. Nella mia prima reazione avevo scritto: “Niente è cambiato economicamente per i sauditi. Le mosse di bin Salman questo fine settimana sono in linea col mandato di Donald Trump di ripulire la corruzione sui media e le istituzioni politiche statunitensi. I purgati, in particolare il principe Walid bin Talal, era il principale vettore di tale corruzione. Lui e Trump erano nemici pubblici, insultandosi su twitter. La sua presenza negli Stati Uniti era ampia. Tale purga, penso, fa parte del pegno del regime del Sumpman alla visita di Trump. Allo stesso tempo Putin vuole garantirsi che i sauditi riducano l’avventurismo al minimo”. La penso ancora così. Infatti, credo ancor più che bin Salman abbia capitolato completamente ai grandi attori della regione, Stati Uniti e Russia. Il vecchio regime saudita perseguiva la via al suicidio che inizialmente bin Salman continuava. Le guerre in Siria e Yemen erano sue operazioni. Così l’isolamento diplomatico del Qatar a giugno. Queste erano tutte mosse aggressive concertate con Israele per distruggere l’influenza iraniana sulla penisola araba e in Siria. Il problema è che questi piani sono criminali fallimenti.

Il fallimento è un’opzione
Così fu la guerra sul prezzo del petrolio voluta da Stati Uniti e Russia. L’aspettativa era continuare la politica di Obama/Clinton per consentire ai sauditi di continuare a far pressione sui produttori di scisto statunitensi. Ma non funzionò perché la Russia era il produttore di petrolio che guadagnava di più al mondo, una posizione sostenuta totalmente dalla Cina, consumatore di tale petrolio. I bassi prezzi del petrolio hanno esaurito le finanze del Paese a causa della continua rivalutazione della valuta, il Riyal, sul dollaro statunitense. E con tale crisi finanziaria, che il regno non può placare se vuole il sostegno dagli Stati Uniti, bin Salman ha fatto la cosa migliore. Ha sequestrato il denaro raccolto dall’opposizione e, secondo questa relazione, oltre ai 30 miliardi già sequestrati, ci sono più di 800 miliardi di beni disponibili. Ciò mi dice che l’OPA sull’Aramco può attendere, poiché l’obiettivo era raccogliere 400 miliardi di dollari dalla vendita di una quota dell’azienda. Questo verrà utilizzato per alimentare il Vision 2030 di bin Salman per modernizzare l’economia dell’Arabia Saudita. Se sia possibile non lo sa nessuno, ma resta il fatto che l’OPA sull’Aramco non avrebbe mai portato tanto denaro. È stato detto che i sauditi hanno tolto l’embargo al porto yemenita di Aden. Resta da vedere a cosa preluda, ma se è il primo passo verso la fine della guerra disastrosa, allora è molto interessante.

Connessione israeliana
Queste mosse portano anche ad altre questioni. Nei giorni scorsi, l’associazione tra i sauditi ed Israele veniva fuori da un comunicato trapelato dal ministero degli Esteri israeliano che affermava apertamente direttive pro-saudite ed anti-iraniano-libanesi. È anche ben noto che il deposto principe Walid e l’ex-principe ereditario Nayaf erano i favoriti della CIA, o almeno di una sua fazione. Ora, con loro fuori dal quadro, ciò dice un paio di cose:
– Israele ha più fili con l’Arabia Saudita di quanto si pensasse.
– La guerra di Trump contro la CIA gli ha portato una grande concessione.
Cosa intendo? Semplice. Perché Trump ha insistito a rendere pubblici i file su JFK dopo la bomba dell’Uranium One? Imporre un negoziato coi nemici presso le varie agenzie d’intelligence e sostenere ciò che accade in Arabia Saudita, sono una possibile spiegazione. Per mesi ho sostenuto che Trump e Putin si accordavano sulla pace in Medio Oriente. “Isolando il Qatar, i sauditi, per quanto odiosi, ridefiniscono i limiti di questo nuovo mondo arabo. Perciò mi aspetto che Trump e Putin, dietro le quinte, impongano, come Trump chiarì nel suo discorso di due settimane fa, che terrorismo e lotta tra sette arabe debbano finire. Che l’Arabia Saudita ospitasse tale discorso dice tutto quello va saputo su cosa accadrà in futuro. Il Qatar è divenuto il capro espiatorio dei crimini nel mondo arabo. Ma la domanda resta, dove andranno? O, cosa più importante, dove glielo si permetterà. Ma non importa, l’ulteriore appoggio al terrorismo radicale dai wabhabiti deve finire. I sauditi hanno solo detto che il gioco è finito ad occidente, e Iran (e Russia) non lo faranno ad oriente. Ecco iniziare la de-escalation in tutta la regione”. Il crollo dello SIIL in Siria e Iraq preparava il golpe degli agenti di Trump/Putin in Arabia Saudita.

Lo show di Trump e Putin
E mentre Trump ha passato tempo a rumoreggiare apertamente sul sostegno d’Israele, la realtà è che Israele si avvicina al momento in cui non potrà più violare le regole e aspettarsi che gli Stati Uniti lo sostengano sempre. Con gli Stati Uniti, da un lato, che controllano i capricci di sauditi e israeliani, e la Russia, dall’altro, che garantisce che Iran e Hezbollah non sfruttino le posizioni indebolite dei sauditi, si costituisce il quadro per un processo sostanziale di pace duratura nella regione. Con Trump e Putin che s’incontreranno in Vietnam, sospetto che sarà il tema principale della conversazione. Trump ha attuato la sua parte del piano. Ora le prossime mosse verranno da Putin, probabilmente iniziando dal vertice di Sochi il 18, dove i negoziati politici siriani dovranno iniziare. Il quadro si compone. La narrazione che Trump colludesse con la Russia per usurpare le elezioni era anche volta ad impedire questi eventi. Ora che ci sono stati e si è più vicini a un quadro pacificato mai visto prima, ci sarà tempo per tutti di fermarsi ed ammirare il chutzpah usato per tirarlo fuori.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

Eroina, soldi e “terre rare”: perché restiamo in Afghanistan

“Afghanistan, sedici anni dopo” – L’Osservatorio Milex pubblica un dossier sulle spese militari italiane che traccia un bilancio di questa guerra iniziata il 7 Ottobre del 2001.

“Afghanistan, sedici anni dopo” – L’Osservatorio Milex pubblica un dossier sulle spese militari italiane che traccia un bilancio di questa guerra iniziata il 7 Ottobre del 2001

Qualche mese fa, abbiamo realizzato un articolo dal titolo decisamente eloquente CIA e Pentagono, dal 2001, gestiscono il più grande produttore di oppio del pianeta: l’Afghanistan”, in cui facevamo notare come, nonostante il Governo USA abbia dirottato 8,5 miliardi di dollari dei contribuenti nella realizzazione di una delle più dispendiose campagne anti droga mai viste, nel 2014, nelle zone dell’Afghanistan occupate dagli Stati Uniti d’America, sono state coltivate 6.400 tonnellate di oppio grezzo, pari all’85% del mercato mondiale.

Sul sito Libre – associazione di idee, abbiamo trovato un’interessante sintesi del rapporto “Afghanistan, sedici anni dopo” pubblicato dall’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane nel conflito afghano, di cui riportiamo un estratto.

Sette miliardi e mezzo in sedici anni, cioè quasi mezzo miliardo l’anno: un milione e 300.000 euro al giorno. Questo – a fronte di 260 milioni per la cooperazione civile – è il costo della partecipazione dell’Italia alla campagna militare afghana, la più lunga della nostra storia, secondo il rapporto “Afghanistan, sedici anni dopo” pubblicato dall’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, che traccia un bilancio di questa guerra, iniziata il 7 ottobre 2001. “In realtà l’onere finanziario complessivo della missione italiana è assai più pesante considerando i suoi costi indiretti, difficilmente quantificabili: l’acquisto ad hoc di armi, munizioni, mezzi da combattimento ed equipaggiamenti, il loro continuo aggiornamento a seconda delle esigenze operative e il ripristino delle scorte, l’addestramento specifico del personale e, non da ultimo, i costi sanitari delle cure per le centinaia di reduci feriti e mutilati”, scrive Enrico Piovesana su Micromega. In 16 anni, la guerra in Afghanistan è costata complessivamente 900 miliardi di dollari: 28.000 dollari per ogni cittadino afghano (che mediamente ha un reddito di 600 dollari l’anno). In termini umani è costata la vita di 3.500 soldati occidentali (53 italiani) e di 140.000 afghani.AfghanistanI caduti afghani sono combattenti (oltre 100.000, un terzo governativi e due terzi talebani) e civili (35.000, in aumento negli ultimi anni). E sono stime ufficiali dell’Onu, che trascurano le tante vittime civili non riportate. Senza considerare i civili afghani morti a causa dell’emergenza umanitaria provocata dal conflitto: sono 360.000, secondo i ricercatori americani della Brown University. Chi sostiene la necessità di portare avanti questa guerra si appella alla difesa dei progressi ottenuti. Quali? A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane e imputabile al lavoro di organizzazioni internazionali e Ong, non certo alla Nato), l’Afghanistan – aggiunge Piovesana – ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza pro-capite).

Fonte: www.libreidee.org

Nico ForconiControInformo.info

Fake News Network – La farsa tra USA e Corea del Nord

Fake News Network – L’Air Force statunitense smentisce la notizia secondo cui gli USA sarebbero pronti a mettere in “allerta permanente” i bombardieri nucleari B-52.

Fake News NetworkAir Force statunitense smentisce la notizia secondo cui gli USA sarebbero pronti a mettere in “allerta permanente” i bombardieri nucleari B-52

In principio ci fu l’invio della Carl Vinson, portaerei classe Nimitz a propulsione nucleare, accompagnata da una flotta di caccia torpedinieri Aegis e altre quattro navi, ribattezzata “Armada” da Donald Trump per risvegliare il vigore patriottico. Peccato solo che, ad una settimana dall’annuncio del presidente USA, la Vinson fu fotografata nell’Oceano indiano al largo delle isole Sunda, molto disante da quel mar del Giappone dove si sarebbe dovuta trovare, mettendo in forte imbarazzo la linea di comando americana che aveva rincondotto il tutto ad un difetto di comunicazione tra i comandanti dell’“Armada” nel Pacifico e il segretario alla Difesa, Jim Mattis.

Per tutti coloro che non ritenessero sufficientemente imbarazzante quanto avvenuto in Aprile, in questi giorni, a tenere banco, è una nuova fake news nata da “un’incomprensione” tra il giornalista di Defense One  e il capo di stato maggiore dell’Air Force, il generale David Goldfein: gli USA sarebbero pronti a mettere in “allerta permanente” i bombardieri strategici B-52 a lungo raggio, in grado di portare testate nucleari, mossa che senza precedenti dalla fine della Guerra fredda.FakeSecondo l’aeronautica statunitense, c’è stata “un’incomprensione” tra il giornalista e il capo di stato maggiore dell’Air Force, “Non stiamo pianificando o preparandoci a rimettere i B-52 in allerta”, ha detto Ann Stefanek che, al Pentagono, guida la comunicazione dell’Air Force.

A colpi di fake news, quindi, continuano le schermaglie tra Stati Uniti d’America e Corea del Nord in quella che, secondo alcuni, altro non è che una farsa.

Nell’articolo “La Corea del Nord è uno Stato vassallo del Pentagono“, realizzato da Frederick William Engdahl nel Novembre 2016 per il sito New Eastern Outlook e riproposto in questo sito qualche tempo fa, si prende in considerazione l’ipotesi che le schermaglie tra gli Stati Uniti ed il Governo di Pyongyang siano, in realtà, una messa in scena.
Engdahl, laureato in politica alla Princeton University, docente, consulente di rischio strategico ed autore di best-seller su petrolio e geopolitica, afferma che James Roderick Lilley, ex dipendente della CIA d’istanza in Asia ed ambasciatore USA per la Cina, gli avrebbe raccontato di come “alla fine della guerra fredda”, gli Stati Uniti d’America abbiano utilizzato la Corea del Nord come pretesto “per mantenere la Settima Flotta nella Regione”, arrivando ad affermare che “se la Corea del Nord non fosse esistita, avremmo dovuto crearla come scusa”.

Nico ForconiControInformo.info

Perché gli Stati Uniti sono il Quarto Reich

Finian Cunningham, SCF 27.09.2017La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Trump all’ONU di voler “distruggere totalmente” la Corea democratica e la sua declamazione della forza militare statunitense sono pari all’invocazione alla “Guerra Totale” del Terzo Reich. La facilità con cui Trump e i suoi funzionari parlano di “opzioni militari” verso la Corea democratica e qualsiasi altra nazione che gli si oppone, non è solo una violazione della Carta delle Nazioni Unite, ma anche dei principi del diritto internazionale stabiliti al processo di Norimberga dei capi nazisti. Ogni ricorso o minaccia di guerra che non sia per autodifesa è un’”aggressione”. Gli Stati Uniti del presidente Donald J Trump sono più che mai pronti ad accettare apertamente il “diritto” di dichiarare guerre. La sua affermazione isterica sull’”autodifesa” verso la Corea democratica è una cinica scusa per l’aggressione. Quando Trump dice che il leader della Corea democratica Kim Jong-un “non sarà in circolazione per molto”, è motivo ragionevole per i nordcoreani di credere che gli Stati Uniti “dichiarano guerra”, soprattutto nel contesto delle ripetute minacce da parte degli statunitensi di utilizzare “tutte le opzioni sul tavolo”. L’indiscutibile indirizzo di Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è uno sconvolgente ripudio della missione ufficiale di creare la pace dell’ente mondiale. La bellicosità di Trump portava alcuni commentatori a confrontarla coi discorsi nazisti nei raduni di Norimberga nel 1938-39. L’autore Paul Craig Roberts l’ha riassunto in maniera sconcertante dicendo che gli Stati Uniti sono ora il Quarto Reich, i successori del Terzo Reich nazista. Quando qualcuno della statura di Paul Craig Roberts fa un’osservazione così grave, bisogna ascoltare. Non si tratta della mera iperbole sparata da un avventizio. Le credenziali di Roberts sono impeccabili. Ha lavorato nell’amministrazione Reagan negli anni ’80, come assistente del segretario del Dipartimento del Tesoro. Roberts ha anche lavorato come redattore del Wall Street Journal ed è un autore premiato. Per tale famoso autore dichiarare che gli Stati Uniti sono il “Quarto Reich” indica come il Rubicone sia stato attraversato dal Paese. La verità è però detta, gli Stati Uniti hanno da tempo passato il Rubicone per un territorio oscuro. Paragonare il potere statale statunitense con la Germania nazista non è mera metafora. C’è una connessione storica assai reale.
Quest’anno è il 70° anniversario della nascita dell’agenzia d’intelligence centrale (CIA) nel 1947 dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta della Germania nazista. Come ha recentemente osservato l’autore Douglas Valentine, la pietra miliare della CIA sono “70 anni di criminalità organizzata”. I dirigenti della CIA e del Pentagono degli Stati Uniti sono in vario modo i successori della Germania nazista. Migliaia di militari, agenti dell’intelligence, scienziati e ingegneri nazisti furono immediatamente assunti dal Pentagono e dalla nascente CIA dopo la Seconda guerra mondiale. L’operazione Paperclip, approvata dai Capi di Stato Maggiore Riuniti statunitensi alla fine del 1945 fu cruciale nell’adozione della tecnologia missilistica nazista. Il Maggiore delle SS Werner Von Braun e centinaia di altri esperti furono utili nello sviluppo delle armi statunitensi, così come nel programma spaziale della NASA. L’operazione Sunrise diretta da Allen Dulles e da altre figure della prima CIA (l’organizzazione era nota fino al 1947 come Ufficio di studi strategici) istituirono le “linee dei ratti” per i capi nazisti che fuggivano dalla giustizia e dall’Europa. Tra gli alti ufficiali nazisti aiutati e sostenuti dalla CIA c’erano il generale Karl Wolff e il maggiore-generale Reinhard Gehlen. Il legame tra intelligence e militari statunitensi e i resti del Terzo Reich, portarono a creare l’organizzazione e l’ideologia da guerra fredda della CIA e del Pentagono verso l’Unione Sovietica. Gli statunitensi beneficiarono non solo dell’oro nazista rubato ai Paesi europei, ma adottarono l’intelligence e la tecnologia militare segreta del Terzo Reich. (Vedi, ad esempio, il libro di David Talbot, La scacchiera del diavolo, sulla formazione della CIA). Il maggior-generale Reinhard Gehlen dopo l’arruolamento postbellico a Washington creò l’Organizzazione Gehlen coi suoi numerosi contatti tra i fascisti ucraini per condurre operazioni di sabotaggio dietro le linee sovietiche nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale, la struttura del potere degli Stati Uniti divenne una dicotomia. Da un lato c’era il governo formale dei presidenti e del Congresso. D’altra parte, vi erano i veri detentori del potere del “governo segreto”, composto da CIA e complesso militare-industriale statunitense. Il “governo segreto” o “Stato profondo” degli Stati Uniti ha governato negli ultimi sette decenni. L’elezione di politici democratici o repubblicani non ha avuto alcun peso sulla politica governativa. Agivano CIA e “Stato profondo” rispondendo all’élite dominante del potere aziendale. Qualsiasi presidente che non lo rispettasse veniva trattato come John F. Kennedy, assassinato nel novembre 1963. Di qui la capitolazione di Trump dopo l’elezione.
Alimentati da bottino di guerra nazista, russofobia e disprezzo per il diritto internazionale, CIA e militari statunitensi sono divenuti inevitabilmente una macchina da guerra. A cinque anni dalla Seconda guerra mondiale, gli statunitensi entrarono in guerra con la Corea, presumibilmente “per sconfiggere il comunismo mondiale”. Gran parte della nuova tecnologia militare utilizzata dagli statunitensi durante la guerra del 1950-53 fu sviluppata dagli ingegneri nazisti reclutati tramite l’operazione Paperclip. La distruzione genocida inflitta alla Corea dagli statunitensi non fu diversa dalla barbarie del Terzo Reich. Negli ultimi sette decenni, i governanti statunitensi hanno intrapreso guerre, colpi di Stato, assassini e guerre per procura contro decine di Paesi nel mondo. Il numero di morti globale di tale distruzione statunitense è stimato a 20 milioni di persone. Quando i capi degli Stati Uniti esaltano “l’eccezionalità americana”, si fa eufemismo per “supremazia” e “diritto” di usare la forza per interessi strategici. Ciò non è diverso dal suprematismo che il Terzo Reich invocava per giustificare la conquista degli altri. Quando Trump e la sua amministrazione minacciano di annientare la Corea democratica, esprimono un pensiero già noto. Quasi ogni capo statunitense dalla Seconda guerra mondiale ha esibito la stessa violenza unilaterale verso altre nazioni considerate “Stati nemici”. Ciò che Trump rappresenta è semplicemente una versione più cruda di tale aggressività. Oltre al terribile numero totale di vittime delle violenze statunitensi, va notato che gli Stati Uniti attualmente spendono circa 700 miliardi di dollari ogni anno per i militari, 10 volte ciò che spende la Russia, o 10 volte quanto allocato dalle successive 9 maggiori nazioni per spesa militare. Gli Stati Uniti hanno basi militari in oltre 100 Paesi e nell’ultimo quarto di secolo è in stato permanente di guerra illegale. Non è affatto un’esagerazione dire che gli Stati Uniti sono il Quarto Reich, il cui precedente fu la Germania nazista. L’espansione della CIA e del Pentagono con personale nazista e fondi illeciti dopo la Seconda guerra mondiale, assicurò che i governanti statunitensi adottassero l’ideologia del Terzo Reich. L’eredità del Quarto Reich statunitense è evidente a chi vuole comprendere: guerre di aggressione, genocidi, guerre per procura, colpi di Stato, squadroni della morte, sorveglianza di massa dei cittadini, propaganda dai mass media e tortura di massa, tutti inflitti con impunità e autocraticamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

SAPPIAMO DAVVERO TUTTO SULLA COREA DEL NORD?

La Corea del Nord è un regime, nessuno lo nega.
Parliamo, infatti, di uno stato comunista vecchio stampo dove, però, resiste l’idea di una minima equità sociale, percezione che fa molta paura al regime capitalista mondializzato, che invece vede gli esseri umani infinitamente meno importanti rispetto al denaro che loro creano dal nulla.
Si dirà: siamo davanti a due eccessi, ed è vero. Come vedremo tra breve, però, la tirannia globale nella quale più o meno consapevolmente viviamo forse è ancora più crudele.
Pochi sanno ma la Corea del Nord, in passato, ha tentato molte mediazioni con gli Stati Uniti: del resto, parliamo di una nazione – gli Stati Uniti appunto – che ha rovesciato o tentato di rovesciare 50 governi negli ultimi 70 anni.
È normale voler cercare un compromesso con un “poliziotto globale” così pericoloso.

Nel 1994, la Corea del Nord ha accettato di smantellare il suo programma nucleare in cambio della normalizzazione completa delle relazioni politiche ed economiche con il paese di Zio Sam.
Si stabilì che, entro il 2003, gli americani avrebbero costruito due reattori nucleari ad acqua leggera per compensare la perdita di energia nucleare per scopi civili (sottolineiamolo); nel mentre, sempre gli stessi si sarebbero impegnati a rifornirla di 500.000 tonnellate all’anno di combustibile pesante, rimuovendo la nazione dalla lista di stati che supportano il terrorismo, dato che questa lista comporta restrizioni commerciali non indifferenti (almeno in modo ufficiale).
Da questo accordo, la Corea del Nord avrebbe ricavato importanti vantaggi economici, mentre gli Stati Uniti avrebbero ottenuto il controllo di tutti i siti nucleari, impedendo così lo sviluppo di armi di distruzione di massa.
Ebbene, cosa è successo? Semplice: gli americani, a un certo punto, non hanno rispettato le promesse. I reattori ad acqua leggera, infatti, non sono mai stati completati, e le consegne di combustibili pesanti sono divenute sempre più rare. Al contrario, i nordcoreani si sono attenuti fedelmente agli accordi.
Questo – signori – non è complottismo, è storia. Purtroppo i nostri mass media “americanizzati” non hanno il coraggio di dire queste cose, che – ripeto – risalgono agli anni ‘90.
Insomma storia recente.
La questione però va ben oltre: cosa ci insegna, infatti, questa piccola storia dimenticata dai media votati al pensiero unico? Semplice: agli Stati Uniti del nucleare della Corea del Nord non gliene frega nulla, le ragioni di questa “escalation” sono ben altre, proprio come vedremo tra breve
Ma andiamo avanti.
La Corea del Nord fu rimossa dall’elenco dei paesi sponsor del terrorismo solo nel 2008, sebbene avesse già soddisfatto i criteri di rimozione almeno un quinquennio prima.
Incredibilmente, gli Stati Uniti con il “loro” ONU, iniziarono a comminare le prime sanzioni nel 2006, quando Pyongyang, stufa di ottemperare agli accordi, minacciò di iniziare nuovamente la politica di nuclearizzazione.
I nordcoreani, in quel momento, decisero che non ci si poteva proprio fidare degli americani: del resto Bush, nel 2000, aveva incluso il paese perfino nel cosiddetto “asse del male”, e a questo punto, forse, a pensar male ci si azzecca: l’unico vero peccato di questa nazione, infatti, è che ancora oggi non permette l’invasione della finanza internazionale, tant’è vero che la moneta è ancora di proprietà dello stato.
Le cose peggiorarono con Obama, uguale al predecessore tranne che per l’immagine: egli sospese l’assistenza energetica per pressare il Nord ad accettare “piani di verifica” sempre più stringenti, abbandonando l’idea di colloqui diretti in favore di una serie di esercitazioni militari con il Sud che aumentarono di dimensioni e frequenza.
Ma veniamo all’escalation attuale: quel che i media non menzionano è che negli ultimi mesi Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti stanno compiendo grandi esercitazioni militari ad Hokkaido ed in Corea del Sud, con più di 3500 militari, mezzi corazzati, aerei e navi da guerra. Questi “giochi” simulano tutti un’invasione della nazione e un cambio di regime. Perfino Fox News ne parla candidamente, ma agli occhi del pubblico questo impegno è solo la risposta a dei missili sparati… per terrorizzare il mondo per chissà quale motivo.
Ricordiamoci sempre che questo presunto riarmo nucleare si poteva, anzi si doveva evitare, visto che fino a due decenni fa c’erano tutti i presupposti.
Le risposte missilistiche del regime coreano, in sostanza, sono le uniche a tenere banco in tutti i notiziari: peccato che avvengano proprio come risposta alle bombe e alle incursioni aeree fatte ai suoi confini!
Kim Jong-un ha ripetutamente chiesto agli americani di porre fine a questi esercizi militari, ma gli USA hanno rifiutato. Il complesso militare industriale statunitense – il cosiddetto Deep State, che conta perfino più del Presidente – se ne frega, e preme per un apparente intervento in questo paese.
Ma veniamo al punto: perché apparente? Cosa c’è dietro a tutto questo?
Tutto quello che sta succedendo, in realtà, ha interessi economici a dir poco enormi: gli Stati Uniti, infatti, non vogliono colpire la Corea del Nord, se non come atto dimostrativo; il vero obiettivo è potenziare, attraverso queste varie crisi, una forza di pressione contro il vero nemico, la Cina, che non solo detiene i 3/4 del debito pubblico statunitense ma che, attraverso i BRICS (un’alleanza economica contro l’egemonia USA fatta da Brasile, India, Cina, Russia e Sudafrica), sta per quotare il petrolio in yuan o al massimo in oro, scalzando di fatto il dollaro come moneta di riserva internazionale.
È questo il vero motivo di tutte queste minacce che tengono il mondo col fiato sospeso: gli Stati Uniti, purtroppo, non staranno a guardare la fine del loro imperialismo economico, e questo mi lascia veramente perplesso.

Fonti: controinformazione.info/Fox

Autore:  Gabriele Sannino

Tratto da: nexusedizioni.it

Roberto Mora – ControInformo.info

Massoneria e banche negli Stati Uniti

Dean Henderson (Estratto da Le otto famiglie: Big Oil e i suoi banchieri)

Nel 1789 Alexander Hamilton divenne il primo segretario del Tesoro degli Stati Uniti. Hamilton era uno dei tanti padri fondatori massoni. Aveva stretti rapporti con la famiglia Rothschild che possiede la Banca d’Inghilterra e guida il movimento europeo dei massoni. George Washington, Benjamin Franklin, John Jay, Ethan Allen, Samuel Adams, Patrick Henry, John Brown e Roger Sherman erano tutti massoni. Roger Livingston aiutò Sherman e Franklin a scrivere la Dichiarazione d’Indipendenza. Giurò a George Washington per la carica mentre era Gran Maestro della Gran Loggia di New York. Washington stesso era Gran Maestro della Loggia della Virginia. Dei generali dell’esercito rivoluzionario, trentatré erano Massoni. Ciò era altamente simbolico dato che i grado 33 si definiscono illuminati. I padri fondatori populisti guidati da John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e Thomas Paine, nessuno dei quali era massone, volevano recidere completamente i legami con la corona britannica, ma furono sconfitti dalla fazione massonica guidata da Washington, Hamilton e dal Gran Maestro della Loggia di St. Andrea di Boston, generale Joseph Warren, che volle “sfidare il Parlamento ma restando fedele alla corona”. La Loggia di St. Andrea era il fulcro della nuova massoneria mondiale e iniziò a concedere gradi di cavaliere templare nel 1769. Tutte le logge massoniche statunitensi sono ancora oggi approvate dalla corona inglese.
Il primo Congresso Continentale si riunì a Filadelfia nel 1774 sotto la presidenza di Peyton Randolph, che sostituì Washington come Gran Maestro della Loggia della Virginia. Il secondo Congresso Continentale si riunì nel 1775 sotto la presidenza del massone John Hancock. Il fratello di Peyton William divenne Gran Maestro della Loggia della Virginia e principale proponente della centralizzazione e del federalismo alla prima Convenzione costituzionale nel 1787. Il federalismo al centro della Costituzione statunitense è identico al federalismo previsto nelle Costituzioni di Anderson del 1723. William Randolph divenne il primo avvocato generale e segretario di Stato sotto George Washington, mentre la sua famiglia tornò in Inghilterra fedele alla corona. John Marshall, primo giudice della Corte Suprema, era un massone. Quando Benjamin Franklin si recò in Francia per cercare aiuto finanziario per i rivoluzionari americani, i suoi incontri avvennero presso le banche dei Rothschild. Mediò vendite di armi tramite il massone tedesco barone von Steuben. I suoi comitati di corrispondenza operavano attraverso i canali massonici e in parallelo a una rete di spie inglesi. Nel 1776 Franklin divenne l’ambasciatore de facto in Francia. Nel 1779 divenne Gran Maestro della loggia francese delle Nove Sorelle, a cui appartenevano John Paul Jones e Voltaire. Franklin era anche membro della più segreta Royal Lodge of Commanders del Tempio Occidentale di Carcasonne, tra i cui membri c’era il Principe del Galles Federico. Mentre Franklin predicava la temperanza negli Stati Uniti, si sbizzarriva selvaggiamente coi fratelli delle logge in Europa. Franklin fu a capo del servizio postale dal 1750 al 1775, ruolo tradizionalmente assegnato alle spie inglesi.
Con il finanziamento dei Rothschild Alexander Hamilton fondò due banche a New York, tra cui la Banca di New York. Morì in duello con Aaron Burr, che fondò la Banca di Manhattan con il finanziamento di Kuhn Loeb. Hamilton esemplificò il disprezzo che le otto famiglie hanno per i popoli, affermando una volta: “Tutte le comunità si dividono in pochi e molti. I primi sono ricchi e di buona famiglia, gli altri sono la massa… i popoli sono turbolenti e volubili; raramente giudicano e decidono correttamente. Si dia quindi alla prima classe un ruolo distinto e permanente di governo, controllando l’instabilità della seconda“. Hamilton fu solo il primo dei compari delle otto famiglie ad avere il ruolo di segretario del Tesoro. Negli ultimi tempi il segretario del Tesoro di Kennedy fu Douglas Dillon della Dillon Read, i segretari del Tesoro di Nixon, David Kennedy e William Simon, provenivano rispettivamente dalla Continental Illinois Bank e dalla Salomon Brothers, il segretario del Tesoro di Carter, Michael Blumenthal, proveniva dalla Goldman Sachs, il segretario del Tesoro di Reagan, Donald Regan, proveniva dalla Merrill Lynch, il segretario del Tesoro di Bush, Nicholas Brady, proveniva dalla Dillon Read e i segretari del Tesoro di Clinton e Bush Jr., Rubin e Henry Paulson, provenivano dalla Goldman Sachs.
Thomas Jefferson sosteneva che gli Stati Uniti avevano bisogno di una banca centrale di proprietà pubblica in modo che monarchi ed aristocratici europei non potessero utilizzare la stampa del denaro per controllare gli affari della nuova nazione. Jefferson osservava: “Un Paese che si aspetta di rimanere ignorante e libero… si aspetta ciò che non è mai stato e non sarà mai. Non ci fu che appena un re su cento che non avrebbe, se poteva, seguito l’esempio dei faraoni, prendere prima di tutto il denaro del popolo, e poi tutte le sue terre e quindi fare di loro e dei loro figli per sempre dei servi… le dirigenze bancarie sono più pericolose degli eserciti. Hanno già allevato un’aristocrazia del denaro“. Jefferson osservò come la cospirazione euro-bancaria per controllare gli Stati Uniti fu attuata, soppesando come “singoli atti di tirannia si possono attribuire all’opinione del momento, ma una serie di oppressioni iniziata in un periodo distinto, inalterabile ad ogni cambio di ministri, dimostra chiaramente un piano deliberato e sistematico per ridurci in schiavitù“. Ma l’argomentazione di Hamilton, sponsorizzata dai Rothschild, per una banca centrale statunitense privata, prevalsero alla fine. Nel 1791 fu fondata la Banca degli Stati Uniti, coi Rothschild principali proprietari. La concessione alla banca avrebbe dovuto scadere nel 1811. L’opinione pubblica era favorevole alla revoca e sua sostituzione con una banca centrale jeffersoniana. Il dibattito fu rinviato quando la nazione fu sprofondata dagli eurobanchieri nella guerra del 1812. In un clima di paura e difficoltà economiche, la banca di Hamilton ebbe rinnovata la concessione nel 1816.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

Rohingya, sauditi, Soros e idrocarburi: la guerra nel Myanmar

Rohingya, pedine dei sauditi nella guerra sul Myammar

Moon of Alabama 7 settembre 2017L’attenzione dei media è rivolta alle violenze su una minoranza etnica in Myanmar. La storia della “stampa occidentale” è sui musulmani rohingya ingiustamente perseguitati da bande buddiste e dall’esercito nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Gli “interventisti umanitari liberali” come Human Rights Watch affiancano islamisti come il presidente turco Erdogan lamentando la condizione dei rohingya. Tale curiosa alleanza si ebbe anche nelle guerre a Libia e Siria. È ormai un avvertimento. Potrebbe esserci altro dietro questo conflitto locale in Myanmar? Qualcuno l’alimenta? Infatti. Mentre il conflitto etnico nello Stato di Rakhine è molto vecchio, negli ultimi anni è divenuta una guerra jihadista finanziata e guidata dall’Arabia Saudita. L’area è d’interesse geostrategico: “Rakhine ha un’importante parte nell’iniziativa cinese Fascia e Via, OBOR, in quanto è un porto sull’Oceano Indiano e rientra nei progetti miliardari cinesi per una zona economica pianificata sull’isola Ramree e il porto di Kyaukphyu, con oleodotti e gasdotti che li collegano a Kunming, nella provincia dello Yunnan”. Gli oleodotti dalle coste occidentali del Myanmar verso la Cina permettono l’importazione di idrocarburi dal Golfo Persico per la Cina evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e le parti contestate del Mar Cinese Meridionale. È “interesse occidentale” ostacolare i progetti cinesi nel Myanmar. Incitare la jihad nel Rakhine potrebbe contribuirvi. C’è un precedente storico simile, la guerra per procura Rohingya-Bamar in Birmania. Durante la Seconda Guerra Mondiale le forze imperialiste inglesi incitarono i musulmani rohingya nel Rakhine a combattere i Bamar, i buddisti nazionalisti birmani alleati degli imperialisti giapponesi.
I rohingya migrarono nel nord dell’Arakan, Stato di Rakhine del Myanmar, nel XVI secolo. Una grande ondata avvenne durante l’occupazione imperialista inglese, un secolo fa. L’immigrazione illegale dal Bangladesh continua negli ultimi decenni. In totale circa 1,1 milioni di musulmani rohingya vivono in Myanmar. Si dice che la loro natalità sia superiore a quella dei buddisti arakani. Questi si sentono messi sotto pressione nella propria terra. Mentre queste popolazioni sono mescolate in alcune città, vi sono molti villaggi al 100% dell’uno o dell’altro. In genere c’è scarsa integrazione dei rohingya nel Myanmar. La maggior parte non è ufficialmente accettata come cittadini. Nei secoli e negli ultimi decenni vi furono diverse violenze tre immigrati e popolazioni locali. L’ultimo conflitto musulmano-buddista si ebbe nel 2012. Da allora fu costituita l’insurrezione islamista nella zona dal nome Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), guidato da Ataullah Abu Ammar Junjuni, jihadista pakistano. (L’ARSA aveva operato come Haraqah al-Yakin, o Movimento della Fede). Ataullah è nato nella grande comunità rohingya di Karachi, in Pakistan, ed è cresciuto e ha studiato in Arabia Saudita. Ebbe una formazione militare in Pakistan e fu imam wahhabita in Arabia Saudita prima di venirsene in Myanmar. Da allora ha soggiogato, arruolato e addestrato come guerriglieri circa 1000 taqfiri. Secondo un rapporto del 2015 del giornale pakistano Dawn, vi sono più di 500000 rohingya a Karachi, giunti dal Bangladesh negli anni ’70 e ’80 su richiesta del regime militare di Zia ul-Haq e della CIA per combattere i sovietici e il governo dell’Afghanistan: “La comunità rohingya di Karachi è più propensa alla religione e invia i figli nelle madrase. Non è un caso che molti partiti religiosi, in particolare Ahle Sunnat Wal Jamaat, JI e Jamiat Ulema-i-Islam-Fazl, hanno le loro strutture organizzative nei quartieri birmani…” “Numerosi rohingya che vivono nell’Arakan Abad hanno perso dei parenti negli assalti delle bande buddiste nel giugno 2012, nel Myanmar”, dichiarava Mohammad Fazil, attivista locale del JI. I rohingya a Karachi raccolgono regolarmente donazioni, zaqat e animali sacrificali per inviarli in Myanmar e Bangladesh per sostenere le famiglie sfollate”. Reuters notava a fine 2016 che il gruppo jihadista è addestrato, guidato e finanziato da Pakistan e Arabia Saudita: “Un gruppo di musulmani rohingya attaccò le guardie di frontiera del Myanmar ad ottobre, sotto la guida di persone legate ad Arabia Saudita e Pakistan, dichiarava il Gruppo internazionale di crisi (ICG) citando i membri del gruppo… Anche se non confermato, ci sono indicazioni che (Ataullah) si recò in Pakistan e forse altrove, per addestrarsi nella guerra moderna”, secondo il gruppo, rilevando che Ataullah era uno dei 20 rohingya sauditi che guidava le attività del gruppo nello Stato di Rakhine. In più, un comitato di 20 emigrati rohingya guida il gruppo, che ha sede alla Mecca, dichiarava l’ICG”. I jihadisti dell’ARSA sostengono di attaccare solo le forze governative, ma anche i buddisti arakani civili sono stati assaliti e massacrati e i loro villaggi anche bruciati.
Il governo del Myanmar afferma che Ataullah e il suo gruppo vogliono dichiarare uno Stato islamico indipendente. Nell’ottobre 2016 il suo gruppo attaccò la polizia e altre forze governative della regione, e il 25 agosto attaccò 30 stazioni di polizia e avamposti militari uccidendo 12 poliziotti. Esercito e polizia risposero, come avviene in questo conflitto, bruciando le municipalità dei rohingya sospettate di nascondere la guerriglia. Per sfuggire alla crescente violenza molti buddisti arakani locali fuggono verso il capoluogo di Rakhine. I musulmani rohingya fuggono in Bangladesh. Solo questi rifugiati sembrano ricevere un’attenzione internazionale. L’esercito del Myanmar ha governato il Paese per decenni. Su pressione economica si aprì nominalmente all’”occidente” istituendo la “democrazia”. La cocca dell’”occidente” in Myanmar è Daw Aung San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto le elezioni e domina il governo. Ma Aung San Suu Kyi è soprattutto una nazionalista e il potere reale è ancora detenuto dai generali. Mentre Aung San Suu Kyi viene presentata come icona democratica, non ha merito personale che essere figlia di Thakin Aung San, famoso capo dell’Esercito per l’indipendenza della Birmania (BIA) e “padre della nazione”. Negli anni ’40, Thakin Aung San fu arruolato dall’esercito imperiale giapponese per condurre la guerriglia contro l’esercito coloniale inglese e le linee di rifornimento inglesi per le forze antigiapponesi in Cina: “Il giovane Aung San imparò ad indossare abiti tradizionali giapponesi, parlarne la lingua e assunse anche un nome giapponese”. Nel racconto di Thant Myint-U, “Il fiume dei passi perduti”, viene descritto come “chiaramente travolto dall’euforia fascista che lo circonda”, ma rileva che il suo impegno era per l’indipendenza del Myanmar”. Anche il conflitto etnico nel Rakhine ha giocato un ruolo nel conflitto anglo-giapponese sulla Birmania: “Nell’aprile 1942, le truppe giapponesi avanzarono nello Stato di Rakhine e giunsero a Maungdaw, vicino al confine con ciò che allora era l’India inglese ed è ora Bangladesh. Mentre gli inglesi si ritirarono in India, Rakhine divenne la linea del fronte. I buddisti arakani collaborarono con le forze del BIA e giapponesi, e gli inglesi reclutarono i musulmani per contrastare i giapponesi. Gli eserciti inglese e giapponese sfruttarono le frizioni e l’animosità nella popolazione locale per i propri obiettivi militari”, scrisse lo studioso Moshe Yegar”. Quando gli inglesi vinsero, Thakin Aung San cambiò campo e negoziò la fine del dominio imperiale inglese sulla Birmania. Fu assassinato nel 1947 da ufficiali inglesi. Da allora la Birmania, successivamente rinominata Myanmar, è governata da fazioni delle forze armate sempre in competizione.
La figlia di Aung San, Aung San Aung San Suu Kyi, ebbe un’istruzione inglese e fu costruita per avere un ruolo nel Myanmar. Negli anni ’80 e ’90 litigò con il governo militare. Ricevette il Nobel per la Pace e fu promossa difensore progressista dei diritti umani dai “letterati” occidentali. Ma lei, e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che guida, sono da sempre l’opposto, fascisti in abiti buddisti zafferano. Gli ipocriti sono ora delusi dal fatto che non parli a favore dei rohingya. Se così facesse si metterebbe dalla parte opposta, quella che il padre aveva notoriamente combattuto, e sarebbe anche contro la maggioranza del popolo del Myanmar che ha poca simpatia per i rohingya e la loro jihad. In generale, la maggioranza dei 50 milioni di abitanti del Myanmar teme l’immigrazione di 160 milioni di bengalesi dal più piccolo, inondato e sovrappopolato Bangladesh. Inoltre, i progetti cinesi per l’OBOR sono un enorme bonus per il Myanmar, che ne aiuterà lo sviluppo economico. Sauditi e pakistani inviano capi guerriglieri e soldi per incoraggiare la jihad dei rohingya in Myanmar, ripetendo le operazioni della CIA contro l’influenza sovietica in Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, il popolo del Myanmar non è musulmano. Sicuramente combatterà e non aderirà a una qualche jihad nel proprio Paese. I rohingya sono ora le pedine del Grande Gioco e ne soffriranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info


 

Soros e idrocarburi: i responsabili della crisi in Myanmar

Sputnik, 5 settembre 2017

Il conflitto rohingya in Myanmar, riacceso nell’agosto 2017, sembra essere una crisi pluridimensionale che coinvolge importanti attori geopolitici, secondo gli esperti che attribuiscono le recenti violenze nel Paese a cause interne ed estere. La crisi dei rohingya, scontro tra buddisti e musulmani nel Myanmar occidentale da fine agosto, è chiaramente alimentata da attori esteri globali, afferma a RT Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per Asia sudorientale, Australia e Oceania dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze russa. Secondo lo studioso, il conflitto ha almeno tre dimensioni: “Prima di tutto, è una manovra contro la Cina, avendo investito molto nell’Arakan. In secondo luogo, è volto ad alimentare l’estremismo musulmano nell’Asia sudorientale… Infine, è un tentativo di seminare discordia nell’ASEAN (tra Myanmar e Indonesia e Malaysia musulmane)“. Secondo Mosjakov, il conflitto da secoli viene utilizzato da attori esteri per minare la stabilità dell’Asia sudorientale, soprattutto per le sfide poste dai grandi giacimenti di petrolio al largo delle coste dello Stato di Arakan. “C’è l’enorme giacimento di gas Than Shwe, denominato dal generale che ha governato il Myanmar. Inoltre, la zona costiera dell’Arakan contiene certamente idrocarburi”. Da quando gli enormi giacimenti presso lo Stato di Arakan furono scoperti, nel 2004, attraggono l’attenzione della Cina. Nel 2013, la Cina completò la costruzione di un oleogasdotto che collega il porto di Kyaukphyu alla città di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Il gasdotto consente a Pechino di ricevere petrolio medio-orientale e africano evitando lo stretto di Malacca, mentre il gasdotto trasporta idrocarburi dai campi offshore del Myanmar alla Cina. Lo sviluppo del progetto cino-myammarese coincise con l’intensificazione del conflitto rohingya nel 2011-2012, quando 120000 profughi fuggirono dal Paese per evitare spargimento di sangue. Secondo Dmitrij Egorchenkov, Vicedirettore dell’Istituto di Studi Strategici e Pronostici dell’Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia, non è un caso. Anche se ci sono cause interne alla crisi, molto probabilmente è alimentata da attori esteri, in particolare dagli Stati Uniti. La destabilizzazione del Myanmar può influenzare i progetti energetici della Cina e creare instabilità presso Pechino. A causa della crisi tra Stati Uniti e Corea democratica, altro vicino della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi nel mezzo di un tiro incrociato. Nel frattempo, la Task Force Birmania, che comprende diverse organizzazioni finanziate da George Soros, è attivamente impegnata in operazioni nel Myanmar dal 2013 ed invita la comunità internazionale a fermare il genocidio della minoranza musulmana dei rohingya. Tuttavia, l’interferenza di Soros negli affari interni del Myanmar affondano nella storia del Paese. Nel 2003, George Soros si unì a un gruppo di lavoro degli Stati Uniti per aumentare la “cooperazione statunitense con altri Paesi per portare avanti la trasformazione politica, economica e sociale della Birmania (Myanmar), che procedeva a rilento“. Il documento del 2003 del Consiglio sulle Relazioni Estere (CFR) intitolato “Birmania: il momento del cambiamento“, annunciava l’istituzione del gruppo insistendo sul fatto che “la democrazia… non può sopravvivere in Birmania senza l’aiuto di Stati Uniti e comunità internazionale“.
Parlando a RT, Egorchenkov spiegava: “Quando George Soros va in questo o quel Paese… cerca le contraddizioni religiose, etniche o sociali, sceglie il modello d’azione secondo queste opzioni o una loro combinazione, e poi cerca di “acutizzarle”.” Secondo Mosjakov, sembra che alcune economie globali consolidate cerchino di contenere il rapido sviluppo delle nazioni dell’ASEAN creandovi conflitti interni. Lo studioso sostiene che la politica del contenimento globale cerca d’istigare le discordie nelle formazioni regionali stabili. Suscitando conflitti regionali, gli attori esteri ne approfittano per controllare gli Stati sovrani o esercitarvi una notevole pressione. La recente crisi rohingya iniziava il 25 agosto, quando gli insorti musulmani rohingya attaccarono le guardie di frontiera nello Stato di Arakan nel Myanmar. La grave reazione delle autorità del Paese scatenava scontri violenti, uccidendo almeno 402 persone. Tuttavia, secondo alcune stime, 3000 musulmani sarebbero stati uccisi nel conflitto che, iniziato quasi un secolo fa, si acuì gradualmente dal 2011 fino al 2012, quando migliaia di famiglie musulmane cercarono rifugio in speciali campi profughi nel Paese o in Bangladesh. Un’altra escalation si ebbe nel 2016.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

La Cambogia espelle una rete spionistica degli Stati Uniti

Joseph Thomas, New Eastern Outlook, 27 agosto 2017Il governo della Cambogia ha denunciato ed espulso una rete statunitense che interferiva nei processi politici della nazione. L’Istituto Nazionale Democratico Statunitense (NDI) ha avuto l’ordine di porre fine alle attività nel Paese e rimuovere tutto il personale. Reuters nell’articolo intitolato “La Cambogia ordina a un gruppo finanziato dagli Stati Uniti di fermare le operazioni e rimuovere il personale“, afferma: “In una dichiarazione, il ministero degli Esteri accusa l’Istituto Nazionale Democratico (NDI) di operare in Cambogia senza registrarsi e afferma che il suo personale straniero aveva sette giorni per andarsene. Le autorità sono “orientate a prendere le stesse misure” contro altre ONG straniere che non rispettano la legge, aggiungeva il ministero”. L’articolo notava anche: “Il Primo ministro Hun Sen, che ha governato la Cambogia per più di tre decenni, ha ordinato al quotidiano anglofono The Cambodia Daily di pagare le tasse maturate durante l’ultimo decennio o di chiudere. Il giornale è stato fondato da uno statunitense. Ha anche accusato Stati Uniti e organizzazioni non governative (ONG) di finanziare gruppi che tentano di rovesciarne il governo”. The Cambodia Daily di proprietà statunitense, nell’articolo intitolato “Al NDI viene ordinato di fermare le operazioni ed espellere il personale straniero“, notava che: “L’annuncio arriva meno di una settimana dopo che documenti sono apparsi su Facebook e diffusi sui media che sembrano mostrare cooperazione politica tra NDI e partiti di opposizione, causando le gravi tensioni nelle ultime settimane tra il governo e le ONG e i media sostenuti dagli Stati Uniti. NDI non è stato immediatamente raggiunto per commentare. Radio Free Asia e Voice of America sono state accusate di non adempiere agli obblighi fiscali e di registrazione. Cambodia Daily, pubblicazione di un cittadino statunitense, è stato accusato di dichiarazione fiscale non autorizzata per 6,3 milioni di dollari e minacciato di chiusura imminente se non paga entro il 4 settembre”. Reuters citava il sito di NDI per cercare d’informare i lettori del suo ruolo in Cambogia affermando che “NDI lavora con partiti politici, governi e gruppi civili per “creare e rafforzare le istituzioni democratiche”.” Tuttavia, anche un’indagine attenta su NDI, media e organizzazione politica nella loro orbita e sulla stessa natura del ruolo proposto nel processo politico della Cambogia, indica irregolarità e sovversioni che Reuters non comunica intenzionalmente ai lettori.

Cos’è NDI realmente e cosa fa realmente
NDI è un’organizzazione finanziata da governo e aziende statunitensi, ed è presieduta da rappresentanti delle comunità politica e commerciale statunitensi. Dei 34 membri del consiglio di amministrazione, praticamente tutti hanno legami diretti con aziende e istituzioni finanziarie statunitensi, sono membri di think-tank di politica aziendali o ex-impiegati del dipartimento di Stato degli USA o una loro combinazione. Gli amministratori con particolari conflitti d’interesse sono:
Madeleine Albright: Albright Stonebridge Group e Albright Capital Management LLC
Harriet Babbitt: Consiglio delle Relazioni Estere
Thomas Daschle: Daschle Group
Robert Liberatore: ex-vicepresidente di DaimlerChrysler, sponsor finanziario di NDI
Bernard Aronson: ex-consulente di Goldman Sachs
Howard Berman: consulente di Covington & Burling
Richard Blum: presidente di Blum Capital Partners
Il direttore del NDI Thomas Daschle, ad esempio, ha effettivamente partiti politici esteri tra i clienti del “Daschle Group“, come il VMRO-DPMNE in Macedonia, come rivelato da The Hill. NDI è altrettanto attivo in Macedonia, supportando direttamente il VMRO-DPMNE e istituendo anche manifestazioni nel Paese secondo gli account sui social media di NDI. Nel Sud-Est asiatico, Freedom House, un’altra filiale del NED, fornisce ampi aiuti ai gruppi di opposizione in Thailandia guidati dall’ex-primo ministro Thaksin Shinawatra, con il direttore di Freedom HouseKenneth Adelman (PDF), che offre simultaneamente servizi di lobby a pagamento per Thaksin Shinawatra. Sembra che tali conflitti d’interesse non costituiscano un’eccezione, ma la regola indicando che NED e controllate, tra cui NDI, perseguono gli interessi corporativi e finanziari dei loro consigli di amministrazione, mera base del “potenziamento delle istituzioni democratiche“. Un esame degli sponsor di NDI suscita ulteriori dubbi sulla presunta missione. Gli sponsor finanziari, secondo la relazione annuale 2005 del NDI (PDF), comprendono:
British Petroleum
Bell South Corporation
Chevron
Citigroup
Coca Cola
DaimlerChrysler Corporation
Eli Lilly & Company
Exxon Mobil
Honeywell
Microsoft
Time Warner
I donatori comprendono inoltre Fondazione Open Societydi George Soros, criminale finanziario condannato, nonché National Endowment for Democracy (NED) a cui è affiliato il NDI, Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) e dipartimento di Stato degli USA. Aziende come BP, ChevronCitigroupCoca ColaExxonHoneywell e Microsoft non sono interessate a promuovere la democrazia, ma ne usano la promozione come mezzo per creare condizioni favorevoli ad espandere mercati e profitti. Ciò comporta minare i governi che impediscono il controllo aziendale estero delle risorse e dei mercati nazionali, o rimuovere completamente e sostituire i governi con regimi clientelari obbedienti. La storia contemporanea delle guerre statunitensi e la pratica del “cambio di regime” e della “costruzione della nazione” forniscono la conferma evidente delle motivazioni e dei mezzi utilizzati per espandere l’egemonia statunitense, illustrando chiaramente dove le organizzazioni come NDI s’inseriscono nel processo.
Nel caso della Cambogia è in gioco un’agenda di gran lunga più ampia delle risorse e dei mercati nazionali. Le attività statunitensi in Cambogia, per dar cadere o sostituire il governo attuale di Phnom Penh, sono volte appositamente a circondare e contenere la Cina attraverso un fronte di Stati-clienti riuniti dagli Stati Uniti nel sud-est asiatico. La Cambogia, insieme al resto del Sud-Est asiatico, ha iniziato a rafforzare i legami con Pechino economicamente, politicamente e militarmente. Grandi programmi infrastrutturali, acquisizioni di armi, esercitazioni congiunte e accordi commerciali sono sul tavolo tra Pechino e Phnom Penh. Gli Stati Uniti, viceversa, hanno fornito pochi incentivi oltre al fallito programma di partenariato trans-Pacifico e alla coercizione attraverso reti come NDI e la miriade di media e fantocci politici che finanziano e guidano in Cambogia. Con il NDI fermato, il suo personale espulso e le organizzazioni e le pubblicazioni che finanziava che affrontano la chiusura, sembra che il poco che gli Stati Uniti avevano sia stato spazzato via. La mossa particolarmente audace della Cambogia può essere replicata nel sud-est asiatico dove vengono mantenute simili reti statunitensi per manipolare e deviare i processi politici degli Stati sovrani.

“La promozione della democrazia” in un Paese estero è una contraddizione
La nozione che il NDI “promuova la democrazia” è un’assurdità. La democrazia è un mezzo di autodeterminazione. L’autodeterminazione non è possibile se interessi esteri influenzano il processo. Un partito politico finanziato e diretto da interessi statunitensi attraverso organizzazioni come il NDI, sostenuto da media e facciate che si spacciano da organizzazioni non governative sempre finanziate dall’estero, escludono qualsiasi processo di autodeterminazione e quindi non solo in alcuna forma o modo “promuove la democrazia”, ma è un processo fondamentalmente non democratico. Negli Stati Uniti dove è ampiamente noto che il denaro domina le campagne e vince le elezioni, è difficile percepire che versando denaro ai partiti dell’opposizione all’estero non si fa null’altro che imporre risultati elettorali a favore degli interessi statunitensi. L’ironia ulteriore è data dal fatto che se qualsiasi altra nazione tentasse di perseguire programmi analoghi verso il processo politico negli USA, i soggetti coinvolti verrebbero rapidamente etichettati agenti stranieri e le loro attività fermate immediatamente. Le mere accuse che la Russia abbia interferito nei processi politici nazionali degli USA hanno portato a sanzioni e persino minacce di guerra. La Cambogia è una nazione che non può permettersi né effettivamente imporre sanzioni agli Stati Uniti né vincervi una guerra, ma è possibile che la Cambogia e i vicini nel Sud-Est asiatico possano e inizino a chiudere un flagrante esempio d’interferenza estera nei propri affari politici interni. L’utilizzo delle leggi esistenti su tassazione e registrazione di entità estere in Cambogia avviene per affrontare tali organizzazioni. Le nazioni vicine potrebbero cominciare ad imporre alle organizzazioni finanziate dall’estero di registrarsi come lobbyisti stranieri, sottoporle a tassazione e regolamentazioni più rigorose e togliere la copertura della “promozione della democrazia” e della “difesa dei diritti” sotto cui hanno svolgono le proprie attività da decenni.Joseph Thomas è direttore del giornale geopolitico tailandese The New Atlas e collaboratore della rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

La battaglia per le ricchezze minerarie dell’Afghanistan

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 24 agosto 2017Trump chiede l’escalation della guerra in Afghanistan. Perché? Fa parte della “guerra mondiale al terrorismo”, contro i cattivi, oppure è un’altra cosa? Ignoto al pubblico, l’Afghanistan ha notevoli risorse di petrolio, gas naturale e materie prime strategiche, per non parlare dell’oppio, industria da miliardi di dollari che alimenta il mercato illegale dell’eroina negli USA. Queste riserve minerarie includono enormi giacimenti di ferro, rame, cobalto, oro e litio, una materia prima strategica utilizzata nella produzione di batterie ad alta tecnologia per computer portatili, telefoni cellulari e autovetture elettriche. L’implicazione della decisione di Trump è saccheggiare e rubare le ricchezze minerarie dell’Afghanistan per finanziare la “ricostruzione” di un Paese distrutto dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo 16 anni di guerra, cioè “riparazioni di guerra” pagate all’aggressore?
Un memo del Pentagono del 2007, citato dal New York Times, suggerisce che l’Afghanistan potrebbe diventare l’Arabia Saudita del litio. (New York Times, Gli USA identificano le ricchezze minerarie in Afghanistan, 14 giugno 2010, e BBC del 14 giugno 2010, vedi anche Michel Chossudovsky, Global Research, 2010).
Se richiederebbe molti anni sviluppare un’industria mineraria, il potenziale è così grande che funzionari e dirigenti credono che potrebbe attrarre grandi investimenti; “Qui c’è un potenziale stupefacente”, dichiarava il generale David H. Petraeus, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, “Ci sono tantissime cose, naturalmente, ma credo che sia potenzialmente molto significativo”. “Sarà la spina dorsale dell’economia afghana”, affermava Jalil Jumriany, consigliere del ministro delle Miniere afgano. (New York Times, op cit.)
Ciò che questo rapporto del 2007 non menziona è che ciò è noto a Russia (Unione Sovietica) e Cina dagli anni ’70. Mentre il governo afgano del presidente Ashraf Ghani invitava il presidente Donald Trump a promuovere gli investimenti degli Stati Uniti nel settore minerario, compreso il litio, la Cina è all’avanguardia nello sviluppo dei progetti per l’estrazione e l’energia, nonché di oleodotti e corridoi dei trasporti. La Cina è un importante partner commerciale e di investimenti dell’Afghanistan (assieme a Russia e Iran), che potenzialmente supererebbero gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti in Asia centrale. L’intenzione della Cina è integrare nei trasporti terrestri il corridoio di Wakhan che collega l’Afghanistan alla regione autonoma cinese del Xinjiang Uyghur. L’Afghanistan avrebbe 3 trilioni di dollari in minerali inesplorati, e le società cinesi hanno acquisito i diritti per estrarre enormi quantità di rame e carbone e sfruttano le prime concessioni di esplorazione petrolifere concesse agli stranieri in decenni. La Cina ricerca anche grandi depositi di litio, i cui impieghi vanno dalle batterie alle componenti nucleari. “I cinesi investono anche in energia idroelettrica, agricoltura e costruzione. È in corso un collegamento stradale diretto verso la Cina attraverso il confine di 76 chilometri tra i due Paesi”. (New Delhi Times, 18 luglio 2015)
L’Afghanistan ha riserve petrolifere estese, esplorate dalla National Petroleum Corporation della Cina (CNPC).“La guerra fa bene agli affari”
Le basi militari statunitensi affermano il controllo statunitense sulle ricchezze minerarie dell’Afghanistan. Secondo Foreign Affairs, “Vi sono più forze militari statunitensi in Afghanistan che in qualsiasi altra zona di guerra“, e il cui mandato ufficiale è “combattere” taliban, al-Qaida e SIIL nell’ambito della “Guerra globale al terrorismo”. Perché tante basi militari? Perché altre forze inviate da Trump? L’obiettivo non dichiarato della presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan è impedire alla Cina di stabilire relazioni commerciali ed investimenti con l’Afghanistan. Più in generale, l’istituzione di basi militari in Afghanistan sul confine occidentale della Cina rientra nel processo di accerchiamento militare della Repubblica popolare cinese, ossia schieramenti navali nel Mar della Cina meridionale, strutture militari a Guam, Corea del Sud, Okinawa, Jeju, ecc.

Pivot in Asia
Secondo il patto di sicurezza afghano-statunitense, istituito nell’ambito degli obiettivi asiatici di Obama, Washington e partner della NATO hanno una presenza militare permanente in Afghanistan, con strutture militari situate vicino alla frontiera occidentale della Cina. Il patto mirava a consentire agli Stati Uniti ad avere nove basi permanenti situate strategicamente ai confini di Cina, Pakistan e Iran, nonché Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. La presenza militare degli Stati Uniti, tuttavia, non ha impedito l’espansione dei rapporti commerciali e degli investimenti tra Cina e Afghanistan. Un accordo di partenariato strategico fu firmato tra Kabul e Pechino nel 2012. L’Afghanistan ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (SCO). Inoltre, il vicino Pakistan, ormai pieno aderente alla SCO, ha stretti rapporti bilaterali con la Cina. E ora Donald Trump minaccia il Pakistan, che per molti anni è stato il bersaglio della “guerra non dichiarata dei droni” degli USA. In altre parole, è avvenuto un cambiamento geopolitico che favorisce l’integrazione dell’Afghanistan a fianco del Pakistan nell’asse eurasiatico degli investimenti e dell’energia. Pakistan, Afghanistan, Iran e Cina collaborano in progetti su gasdotti e oleodotti. La SCO di cui sono aderenti Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, provvede la piattaforma geopolitica per l’integrazione dell’Afghanistan nei corridoi per l’energia e i trasporti eurasiatici. La Cina intende integrare l’Afghanistan nella rete dei trasporti nell’ambito dell’Iniziativa Fascia e Via. Inoltre, il gigante minerario statale cinese Metallurgical Corporation of China Limited (MCC) è già riuscito a prendere il controllo del grande deposito di rame di Mes Aynak, in un’area controllata dai taliban. Già nel 2010 Washington temeva “che la Cina affamata di risorse cercherà di dominare lo sviluppo delle ricchezze minerarie dell’Afghanistan, sconvolgendo gli Stati Uniti… Dopo aver ottenuto la concessione per la miniera di rame di Mes Aynak, nella provincia di Logar, la Cina vuole chiaramente di più“. (Mining)

La Cina e la battaglia per il litio
I conglomerati minerari cinesi sono in concorrenza per il controllo strategico del mercato mondiale del litio, che fino a poco tempo prima era controllato dai “Big Three”, Rockwood Lithium di Albemarle (North Carolina), Sociedad Quimica y Minera de Chile e FMC Corporation (Philadelphia) attiva in Argentina. Mentre i Big Three dominano il mercato, la Cina rappresenta una grande quota della produzione mondiale di litio, classificandosi al quarto posto come maggiore produttore di litio dopo Australia, Cile e Argentina. Nel frattempo il gruppo cinese Tianqi ha assunto il controllo della più grande miniera di litio australiana, Greenbushes. Tianqi possiede ora il 51% della Talison Lithium, in collaborazione con l’Albemarle della North Carolina. Questa spinta alla produzione di litio è legata al rapido sviluppo dell’automobile elettrica in Cina: “La Cina è ora “il centro dell’universo del litio”. La Cina è già il più grande mercato di auto elettriche. BYD, società cinese sostenuta da Warren Buffett, è il più grande produttore di auto elettriche del mondo e le aziende cinesi producono la maggiore quantità di litio per batterie. Ci sono 25 aziende che producono 51 modelli di auto elettriche in Cina. Quest’anno ne saranno vendute oltre 500000 in Cina. Ci sono voluti 7 anni alla GM per vendere 100000 Chevy Volts dal 2009. La BYD ne venderà 100000 solo quest’anno!” (Mining, novembre 2016)
Le dimensioni delle riserve di litio in Afghanistan non sono chiare. Gli analisti ritengono che le riserve ancora da sfruttare non avranno un impatto significativo sul mercato mondiale del litio.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

CIA e Pentagono gestiscono l’85% dell’eroina mondiale

Nel 2014, delle 7.554 tonnellate di oppio grezzo prodotte in tutto il Mondo, 6.400 tonnellate sono state coltivate nelle zone dell’Afghanistan occupate dagli Stati Uniti d’America, con una fetta di mercato mondiale dell’85%, nonostante il Governo USA abbia dirottato 8,5 miliardi di dollari dei contribuenti nella realizzazione di una delle più dispendiose campagne anti droga mai viste.

Eroina – CIA e Pentagono, dal 2001, gestiscono il più grande produttore di oppio del pianeta: l’Afghanistan

Siete a conoscenza dell’epidemia di eroina esplosa negli Stati Uniti a partire dal 2001? Grazie alla capacità dei Governi di manipolare e nascondere le informazioni, probabilmente no.

Tra il 2002 e il 2014, i decessi da overdose di eroina, negli Stati Uniti d’America, sono aumentati da 1.779 a 10.574; nello stesso periodo, gli ettari adibiti alla coltivazione di oppio, in Afghanistan, sono passati da 7.600 agli attuali 224.000.
Nel 2014, delle 7.554 tonnellate di oppio grezzo prodotte in tutto il Mondo, 6.400 tonnellate sono state coltivate nelle zone dell’Afghanistan occupate dagli Stati Uniti d’America, con una fetta di mercato mondiale dell’85% [1], nonostante il Governo USA abbia dirottato 8,5 miliardi di dollari dei contribuenti nella realizzazione di una delle più dispendiose campagne anti droga mai viste [2].

Messico e Colombia, da sempre indicati come principali Paesi esportatori di sostanze stupefacenti negli USA, rappresentano il 2% della produzione mondiale nel campo dell’eroina, con un’offerta che, a stento, riesce a coprire la domanda di 115.000 eroinomani.
Il mainstream non fa altro che parlare di muri con il Sudamerica per “fermare il narcotraffico”, dimenticandosi di citare gli spaventosi numeri riguardanti il consumo di droghe provenienti da Paesi che nulla hanno a che fare con l’America del Sud.EroinaC’erano 189.000 consumatori di eroina negli Stati Uniti nel 2001, prima dell’invasione USA-NATO in Afghanistan. Nel 2016 questo numero è salito a 4.500.000 (2,5 milioni di tossicodipendenti da eroina e 2 milioni di utenti occasionali) [3].

A tutto ciò, si aggiunga l’interesse dato dalle importanti ricchezze minerarie dell’Afghanistan, il litio su tutte, il cui valore, secondo uno studio del Pentagono, si aggirerebbe attorno al trilione di dollari [4] e si avrà, a grandi linee, il motivo per cui gli Stati Uniti d’America non possono abbandonare il Paese.

Per approfondimenti sul tema, si consiglia la lettura di Newsbud Exclusive- NATO-CIA-Pentagon: Junction of the Real Druglords & Warlords, articolo che mostra i parallelismi tra Afghanistan e Corea del Nord, altra Nazione che, grazie al traffico internazionale di droga e ad uno dei più grandi giacimenti di terre rare del Mondo, è tornata prepotentemente “di moda”.

Note e Fonti:
[1] Congress’s Take on the Heroin Epidemic
[2] US Spent $8.5 Billion Fighting Narcotics, Afghanistan Set New Opium High
[3] US Congress’s Take on the Heroin Epidemic. 6400 tons Produced in US-Occupied Afghanistan…
[4] To appeal to Trump, Afghanistan dangles investment opportunities

Nico Forconi ControInformo.info