CIA rilascia archivio segreto Bin Laden: videogame e gatti

A distanza di oltre 6 anni dal raid in Pakistan che avrebbe portato alla morte di Osama Bin Laden, la CIA rilascia l’archivio segreto del leader di Al-Qaeda: nel suo PC videogiochi, film porno e filmati di gattini.

La CIA rilascia l’archivio segreto di Osama Bin Laden: nel suo PC videogiochi, film porno e gattini

Oltre sei anni fa, con l’uccisione di Osama Bin Laden, ci fu detto che la CIA era entrata in possesso del suo archivio segreto, realizzando uno dei più grandi colpi dello spionaggio americano dalla seconda guerra mondiale.
Lo “Strike team”, recuperando computer, dischi, Dvd ed altre attrezzature del leader di Al-Qaeda, aveva messo le mani su un vero e proprio “tesoro di informazioni”, secondo quanto affermato dall’allora Amministrazione Obama.

1 Novembre 2017 – Rilascio di materiale segreto

Bin LadenAnime, hentai, videogiochi e filmati di YouTube sui gattini, sono questi alcuni dei file trovati nell’archivio segreto di Osama Bin Laden.
A renderli noti è stata la CIA, che, dopo 6 anni e mezzo di lavoro ininterrotto sui file per consentire la visualizzazione del materiale da qualsiasi dispositivo, riducendo al minimo eventuali rischi per gli utenti”, ha svelato al pubblico circa 470 mila contenuti presenti nel computer sequestrato durante il raid in Pakistan, il 2 Maggio del 2011.

Nell’hard disk, alle immagini di armi e riferimenti al terrorismo, al momento non disponibili per motivi di “sicurezza nazionale”, si aggiunge, forse sostituisce sarebbe il termine più appropriato, una lista di videogiochi, da Pacman a Street Fighters, di anime, da Naruto a Dragon Ball, fino ad arrivare ai video di gattini su YouTube.

Ovviamente, tutto questo materiale, scaricato illegalmente da Osama Bin Laden all’interno del suo PC, è solo una parte dei file contenuti nell’archivio segreto del leader di Al-Qaeda; alcuni documenti, infatti, sono di “natura sensibile” e “protetti da segreto”.

Se credete, però, che per “protetti da segreto” si intenda materiale inerente al terrorismo, vi sbagliate; parliamo di filmati pornografici o di materiale protetto da copyright e, proprio a tal proposito, la CIA ricorda che “i proprietari di copyright possono richiedere la rimozione dei loro contenuti, presentando un avviso via mail a Central Intelligence Agency, Office of Public Affairs, Washington, DC, 20505; via fax al 571-204-3800; o tramite il pulsante di contatto sulla homepage CIA.gov.”Bin LadenBin LadenBin LadenPer chi volesse saperne di più: www.cia.gov

Nico Forconi ControInformo

FBI: la crittografia degli smartphone è molto pericolosa

Strage in Texas: come successo dopo la strage di Sanbernardino, l’FBI attacca la crittografia degli smartphone, considerata un grosso ostacolo a svolgimento indagini.

Strage in Texas – Come successo dopo la strage di Sanbernardino, l’FBI attacca la crittografia degli smartphone

Come avvenuto pochi giorni dopo la strage di Sanbernardino, in California, ad inizio 2016, l’FBI torna ad attaccare la crittografia di smartphone e tablet, definendola un grave problema per la sicurezza pubblica.

Le dichiarazioni arrivano per voce del suo direttore Christopher Wray, il quale, commentando un report del The Associated Press, ha affermato che l’FBI non è stata in grado di accedere ai dati di oltre la metà dei dispositivi che ha provato a sbloccare nel corso dell’ultimo anno. Wray ha quantificato questa cifra in ben 6.900 dispositivi, evidenziando come la crittografia stia rappresentando un grosso ostacolo allo svolgimento delle indagini.

Gli smartphone e i tablet in questione sono tutti legati a qualche indagine in cui l’accesso al loro contenuto potrebbe favorirne la soluzione, tuttavia ciò non è possibile dal momento che l’FBI non dispone degli strumenti adatti a svolgere il proprio lavoro.

Lo scontro tra l’FBI e i sistemi di crittografia su smartphone è salito agli onori della cronaca in seguito alla vicenda collegata all’attentato di San Bernardino e al rifiuto di Apple di collaborare alla creazione di una backdoor per lo sblocco di un iPhone a causa di enormi implicazioni che si sarebbero venute a creare, in termini di privacy, nei confronti di gran parte degli utenti iOS.CrittografiaDopo mesi di controversie e botta e risposta, l’FBI acquistò un software per craccare il dispositivo, riuscendo nell’intento. Ma solo adesso si è saputo il costo di quel programma, la senatrice Dianne Feinstein ha infatti svelato che, per l’occasione, furono sborsati ben 900 mila dollari.

La verità è venuta a galla lo scorso mercoledì dopo un’audizione del direttore dell’agenzia Reuters, James Comey, con la senatrice Feinstein, fino a quel momento si era mantenuto il riserbo sulla vicenda. Ancora adesso non si conoscono i dettagli e non si sa quale sia stato il software utilizzato per l’hack, il dossier è ancora classificato.

Note e Fonti:
FBI: la
crittografia degli smartphone è potenzialmente molto pericolosa
FBI pagò 900 mila dollari per sbloccare l’iPhone di ‘San Bernardino’

Strage in Texas: FBI non può accedere al telefono criptato del killer

Nico ForconiControInformo

La battaglia per le ricchezze minerarie dell’Afghanistan

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 24 agosto 2017Trump chiede l’escalation della guerra in Afghanistan. Perché? Fa parte della “guerra mondiale al terrorismo”, contro i cattivi, oppure è un’altra cosa? Ignoto al pubblico, l’Afghanistan ha notevoli risorse di petrolio, gas naturale e materie prime strategiche, per non parlare dell’oppio, industria da miliardi di dollari che alimenta il mercato illegale dell’eroina negli USA. Queste riserve minerarie includono enormi giacimenti di ferro, rame, cobalto, oro e litio, una materia prima strategica utilizzata nella produzione di batterie ad alta tecnologia per computer portatili, telefoni cellulari e autovetture elettriche. L’implicazione della decisione di Trump è saccheggiare e rubare le ricchezze minerarie dell’Afghanistan per finanziare la “ricostruzione” di un Paese distrutto dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo 16 anni di guerra, cioè “riparazioni di guerra” pagate all’aggressore?
Un memo del Pentagono del 2007, citato dal New York Times, suggerisce che l’Afghanistan potrebbe diventare l’Arabia Saudita del litio. (New York Times, Gli USA identificano le ricchezze minerarie in Afghanistan, 14 giugno 2010, e BBC del 14 giugno 2010, vedi anche Michel Chossudovsky, Global Research, 2010).
Se richiederebbe molti anni sviluppare un’industria mineraria, il potenziale è così grande che funzionari e dirigenti credono che potrebbe attrarre grandi investimenti; “Qui c’è un potenziale stupefacente”, dichiarava il generale David H. Petraeus, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, “Ci sono tantissime cose, naturalmente, ma credo che sia potenzialmente molto significativo”. “Sarà la spina dorsale dell’economia afghana”, affermava Jalil Jumriany, consigliere del ministro delle Miniere afgano. (New York Times, op cit.)
Ciò che questo rapporto del 2007 non menziona è che ciò è noto a Russia (Unione Sovietica) e Cina dagli anni ’70. Mentre il governo afgano del presidente Ashraf Ghani invitava il presidente Donald Trump a promuovere gli investimenti degli Stati Uniti nel settore minerario, compreso il litio, la Cina è all’avanguardia nello sviluppo dei progetti per l’estrazione e l’energia, nonché di oleodotti e corridoi dei trasporti. La Cina è un importante partner commerciale e di investimenti dell’Afghanistan (assieme a Russia e Iran), che potenzialmente supererebbero gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti in Asia centrale. L’intenzione della Cina è integrare nei trasporti terrestri il corridoio di Wakhan che collega l’Afghanistan alla regione autonoma cinese del Xinjiang Uyghur. L’Afghanistan avrebbe 3 trilioni di dollari in minerali inesplorati, e le società cinesi hanno acquisito i diritti per estrarre enormi quantità di rame e carbone e sfruttano le prime concessioni di esplorazione petrolifere concesse agli stranieri in decenni. La Cina ricerca anche grandi depositi di litio, i cui impieghi vanno dalle batterie alle componenti nucleari. “I cinesi investono anche in energia idroelettrica, agricoltura e costruzione. È in corso un collegamento stradale diretto verso la Cina attraverso il confine di 76 chilometri tra i due Paesi”. (New Delhi Times, 18 luglio 2015)
L’Afghanistan ha riserve petrolifere estese, esplorate dalla National Petroleum Corporation della Cina (CNPC).“La guerra fa bene agli affari”
Le basi militari statunitensi affermano il controllo statunitense sulle ricchezze minerarie dell’Afghanistan. Secondo Foreign Affairs, “Vi sono più forze militari statunitensi in Afghanistan che in qualsiasi altra zona di guerra“, e il cui mandato ufficiale è “combattere” taliban, al-Qaida e SIIL nell’ambito della “Guerra globale al terrorismo”. Perché tante basi militari? Perché altre forze inviate da Trump? L’obiettivo non dichiarato della presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan è impedire alla Cina di stabilire relazioni commerciali ed investimenti con l’Afghanistan. Più in generale, l’istituzione di basi militari in Afghanistan sul confine occidentale della Cina rientra nel processo di accerchiamento militare della Repubblica popolare cinese, ossia schieramenti navali nel Mar della Cina meridionale, strutture militari a Guam, Corea del Sud, Okinawa, Jeju, ecc.

Pivot in Asia
Secondo il patto di sicurezza afghano-statunitense, istituito nell’ambito degli obiettivi asiatici di Obama, Washington e partner della NATO hanno una presenza militare permanente in Afghanistan, con strutture militari situate vicino alla frontiera occidentale della Cina. Il patto mirava a consentire agli Stati Uniti ad avere nove basi permanenti situate strategicamente ai confini di Cina, Pakistan e Iran, nonché Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. La presenza militare degli Stati Uniti, tuttavia, non ha impedito l’espansione dei rapporti commerciali e degli investimenti tra Cina e Afghanistan. Un accordo di partenariato strategico fu firmato tra Kabul e Pechino nel 2012. L’Afghanistan ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (SCO). Inoltre, il vicino Pakistan, ormai pieno aderente alla SCO, ha stretti rapporti bilaterali con la Cina. E ora Donald Trump minaccia il Pakistan, che per molti anni è stato il bersaglio della “guerra non dichiarata dei droni” degli USA. In altre parole, è avvenuto un cambiamento geopolitico che favorisce l’integrazione dell’Afghanistan a fianco del Pakistan nell’asse eurasiatico degli investimenti e dell’energia. Pakistan, Afghanistan, Iran e Cina collaborano in progetti su gasdotti e oleodotti. La SCO di cui sono aderenti Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, provvede la piattaforma geopolitica per l’integrazione dell’Afghanistan nei corridoi per l’energia e i trasporti eurasiatici. La Cina intende integrare l’Afghanistan nella rete dei trasporti nell’ambito dell’Iniziativa Fascia e Via. Inoltre, il gigante minerario statale cinese Metallurgical Corporation of China Limited (MCC) è già riuscito a prendere il controllo del grande deposito di rame di Mes Aynak, in un’area controllata dai taliban. Già nel 2010 Washington temeva “che la Cina affamata di risorse cercherà di dominare lo sviluppo delle ricchezze minerarie dell’Afghanistan, sconvolgendo gli Stati Uniti… Dopo aver ottenuto la concessione per la miniera di rame di Mes Aynak, nella provincia di Logar, la Cina vuole chiaramente di più“. (Mining)

La Cina e la battaglia per il litio
I conglomerati minerari cinesi sono in concorrenza per il controllo strategico del mercato mondiale del litio, che fino a poco tempo prima era controllato dai “Big Three”, Rockwood Lithium di Albemarle (North Carolina), Sociedad Quimica y Minera de Chile e FMC Corporation (Philadelphia) attiva in Argentina. Mentre i Big Three dominano il mercato, la Cina rappresenta una grande quota della produzione mondiale di litio, classificandosi al quarto posto come maggiore produttore di litio dopo Australia, Cile e Argentina. Nel frattempo il gruppo cinese Tianqi ha assunto il controllo della più grande miniera di litio australiana, Greenbushes. Tianqi possiede ora il 51% della Talison Lithium, in collaborazione con l’Albemarle della North Carolina. Questa spinta alla produzione di litio è legata al rapido sviluppo dell’automobile elettrica in Cina: “La Cina è ora “il centro dell’universo del litio”. La Cina è già il più grande mercato di auto elettriche. BYD, società cinese sostenuta da Warren Buffett, è il più grande produttore di auto elettriche del mondo e le aziende cinesi producono la maggiore quantità di litio per batterie. Ci sono 25 aziende che producono 51 modelli di auto elettriche in Cina. Quest’anno ne saranno vendute oltre 500000 in Cina. Ci sono voluti 7 anni alla GM per vendere 100000 Chevy Volts dal 2009. La BYD ne venderà 100000 solo quest’anno!” (Mining, novembre 2016)
Le dimensioni delle riserve di litio in Afghanistan non sono chiare. Gli analisti ritengono che le riserve ancora da sfruttare non avranno un impatto significativo sul mercato mondiale del litio.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

CIA e Pentagono gestiscono l’85% dell’eroina mondiale

Nel 2014, delle 7.554 tonnellate di oppio grezzo prodotte in tutto il Mondo, 6.400 tonnellate sono state coltivate nelle zone dell’Afghanistan occupate dagli Stati Uniti d’America, con una fetta di mercato mondiale dell’85%, nonostante il Governo USA abbia dirottato 8,5 miliardi di dollari dei contribuenti nella realizzazione di una delle più dispendiose campagne anti droga mai viste.

Eroina – CIA e Pentagono, dal 2001, gestiscono il più grande produttore di oppio del pianeta: l’Afghanistan

Siete a conoscenza dell’epidemia di eroina esplosa negli Stati Uniti a partire dal 2001? Grazie alla capacità dei Governi di manipolare e nascondere le informazioni, probabilmente no.

Tra il 2002 e il 2014, i decessi da overdose di eroina, negli Stati Uniti d’America, sono aumentati da 1.779 a 10.574; nello stesso periodo, gli ettari adibiti alla coltivazione di oppio, in Afghanistan, sono passati da 7.600 agli attuali 224.000.
Nel 2014, delle 7.554 tonnellate di oppio grezzo prodotte in tutto il Mondo, 6.400 tonnellate sono state coltivate nelle zone dell’Afghanistan occupate dagli Stati Uniti d’America, con una fetta di mercato mondiale dell’85% [1], nonostante il Governo USA abbia dirottato 8,5 miliardi di dollari dei contribuenti nella realizzazione di una delle più dispendiose campagne anti droga mai viste [2].

Messico e Colombia, da sempre indicati come principali Paesi esportatori di sostanze stupefacenti negli USA, rappresentano il 2% della produzione mondiale nel campo dell’eroina, con un’offerta che, a stento, riesce a coprire la domanda di 115.000 eroinomani.
Il mainstream non fa altro che parlare di muri con il Sudamerica per “fermare il narcotraffico”, dimenticandosi di citare gli spaventosi numeri riguardanti il consumo di droghe provenienti da Paesi che nulla hanno a che fare con l’America del Sud.EroinaC’erano 189.000 consumatori di eroina negli Stati Uniti nel 2001, prima dell’invasione USA-NATO in Afghanistan. Nel 2016 questo numero è salito a 4.500.000 (2,5 milioni di tossicodipendenti da eroina e 2 milioni di utenti occasionali) [3].

A tutto ciò, si aggiunga l’interesse dato dalle importanti ricchezze minerarie dell’Afghanistan, il litio su tutte, il cui valore, secondo uno studio del Pentagono, si aggirerebbe attorno al trilione di dollari [4] e si avrà, a grandi linee, il motivo per cui gli Stati Uniti d’America non possono abbandonare il Paese.

Per approfondimenti sul tema, si consiglia la lettura di Newsbud Exclusive- NATO-CIA-Pentagon: Junction of the Real Druglords & Warlords, articolo che mostra i parallelismi tra Afghanistan e Corea del Nord, altra Nazione che, grazie al traffico internazionale di droga e ad uno dei più grandi giacimenti di terre rare del Mondo, è tornata prepotentemente “di moda”.

Note e Fonti:
[1] Congress’s Take on the Heroin Epidemic
[2] US Spent $8.5 Billion Fighting Narcotics, Afghanistan Set New Opium High
[3] US Congress’s Take on the Heroin Epidemic. 6400 tons Produced in US-Occupied Afghanistan…
[4] To appeal to Trump, Afghanistan dangles investment opportunities

Nico Forconi ControInformo.info

Paura e manipolazione: riflessi condizionati del terrorismo

Il panico nella piazza di Torino, un sintomo di una paura generalizzata che i media agitano intorno al totem del terrorismo. Serve una presa di coscienza.

di Roberto Siconolfi

Il panico nella piazza di Torino, un sintomo di una paura generalizzata che i media agitano intorno al totem del terrorismo. Serve una presa di coscienza

Sembra un episodio da romanzo dell’assurdo, quello capitato a Torino poche settimane fa.  I fatti sono noti: in piazza San Carlo migliaia di persone intente a guardare la partita della Juventus vengono travolte dalla calca, più di 1500 i feriti. Il tutto è dovuto a un presunto attentato. Diverse le ipotesi, la più accreditata è che ci sia stata l’esplosione di un petardo e da lì qualcuno abbia gridato all’attentato, scatenando la prima ondata di fuggi fuggi. Successivamente alla caduta del parapetto di un parcheggio, c’è stato un secondo forte boato e a quel punto panico in tutto il centro.
La questione solo superficialmente può essere affrontata dal punto di vista giudiziario. Si può fare un’inchiesta sul reato di procurato allarme, ma con la consapevolezza di non trovare nessun vero responsabile. Allo stesso modo si può accusare l’amministrazione comunale di non aver vietato la vendita di bevande alcoliche in piazza, con le relative pericolose bottiglie di vetro. Tuttavia, non si coglierebbe il vero dato che crea la differenza.

Il vero elemento qualificante è la questione terrorismo. E’ bastato solo un presunto allarme per scatenare questo putiferio, quindi bisogna scendere nei meandri della psiche individuale e collettiva per comprendere il fenomeno. Tra i meccanismi della mente c’è né uno in particolare al quale il fisiologo russo Pavlov diede il nome di “rafforzativo”. Il caso che Pavlov studiò era che ogni volta che entrava nella stanza dei cani, questi iniziavano a salivare in quanto associavano la sua presenza al cibo.
La categoria in esame è quella del ‘riflesso condizionato’ e questa può essere traslata nella psicologia di massa del terrorismo.

Ancora, per capire come alcune notizie si diffondano nella massa possiamo fare un esempio. Quando, una volta successo un fatto, le voci giungono in modo differente a una certa distanza dalla zona dell’accaduto. Immaginiamo questo modus operandi nelle vicende attuali del terrorismo e non diamo per scontato nulla. Abbiamo dei fatti che vengono attribuiti sistematicamente all’ISIS, ma molti di questi sono inseriti in questo “calderone” pur non avendovi nulla a che fare.
Ad esempio, abbiamo il caso del malato psichiatrico a Monaco nel luglio 2016 o i casi di altri vari allarmi ugualmente dati dai media come tutt’uno col terrorismo. Entrando poi nel merito delle vicende, altre versioni degli attentati mettono in evidenza una diversa verità, come negli attentati di Nizza e Berlino. Gli addetti ai lavori nell’opera di controinformazione sanno benissimo come vengano truccate le carte per dare una verità preconfezionata, come nella vicenda siriana con i bambini preparati in stile Hollywood. Ancora, dovremmo tenere in conto che nessun’autorità giudiziaria ha emesso una sentenza di condanna per gli attentatori, anche per motivi di tempo. Abbiamo solo dei presunti colpevoli. Quasi sempre ammazzati prima di un’eventuale procedimento.

Fanno sorridere, poi, pur nella tragedia, gli episodi rocamboleschi di attentatori che dimenticano i documenti di identità sul luogo del delitto. Oltre a ciò, nei casi più veritieri, c’è da chiedersi come mai questi personaggi vengano fatti transitare sul territorio e lasciati in piena libertà pur sapendo della loro effettiva pericolosità.
Esempio massimo riguarda i recenti fatti di Manchester dove l’attentatore, tra l’altro, era il figlio di un capo militare anti-Gheddafi.

Tutta questa mole di informazioni dovrebbe essere analizzata alla luce di quanto è già accaduto negli anni ’60-’70 e persino negli anni ’90 con l’operazione Gladio. All’epoca avevamo le operazioni della banda del Brabante Vallone in Belgio, la quale operava con azioni deliberate nei confronti dei civili – circostanze simili ai primi attentati al Bataclan o a Charlie Hebdo.
Tornando ancora più indietro nella storia, fu il Terzo Reich ad inaugurare quella che fu definita da alcuni suoi esponenti “la funzione politica della strage”. Questa aveva l’obbiettivo di mettere il paese in ginocchio, come con l’incendio al Reichstag, e questa teoria fu ripresa negli scenari dell’eversione “nera” italiana negli anni’60/‘70.PauraBasta fare un po’ di ricerche, poi, per verificare come viene diffusa o meglio “fabbricata” la notizia. Il tutto parte sempre dall’agenzia mediatica SITE dell’Israeliana Rita Katz, la quale bolla le varie notizie dando l’imprinting iniziale del marchio ISIS. L’agenzia SITE è la stessa che “fabbrica” i video dell’ISIS, e che organizza la diffusione di tali notizie in tutte le attuali operazioni “False Flag”. Sull’ISIS dal punto di vista politico-militare poi si potrebbe aprire un campo molto più vasto che non analizziamo in questa sede. L’unica cosa da capire è che non esiste una direzione unica a tutto ciò che passa sotto il nome di ISIS. O meglio, i vertici delle operazioni sono un unico concentrato di interessi da ricercare nelle petromonarchie del Golfo, nello Stato di Israele e nei settori più oltranzisti di Occidente e NATO. Tuttavia le centrali dalle quali partono le varie operazioni sono più di una.
Tornando ai fattori di psicologia di massa, esperimenti da grande fratello orwelliano, si possono cogliere anche in altri fenomeni mediatico-sociali. Uno di questi è quello definito “putinfobia”. Dal mainstream, parte costantemente l’attacco a qualunque attività sia svolta dalla Russia e dal presidente Putin. Questa paura è indotta, perché le agenzie mediatiche direzionano l’informazione. La cosa è riscontrabile nei casi più liminali, come la vicenda del temuto killer Igor il “russo”. Questi era definito tale anche se non lo era, e poi è magicamente scomparso nel “nulla”. Associabile alla “putinfobia” c’è stata – soprattutto al momento della sua elezione e nei suoi primi giorni di governo – la paura di Trump o meglio del trumpismo. Ora che Trump ha normalizzato la sua politica economica ed estera, nessuno più si scandalizza e le star del jet set sono in silenzio. Anche la paura per la Corea del Nord e Kim Jong-Un ogni tanto viene fuori, in queste immagini ridicole che dettano tanto spavento nell’opinione pubblica. Si dimentica, però, che la Corea del Nord è uno stato sovrano come altri, e che proprio tali erano le campagne mediatiche cominciate prima che la NATO invadesse l’Iraq, l’Afghanistan o la Libia.

Sempre riguardo il meccanismo di diversione dell’informazione dal punto di vista della psicologia sociale, proprio in questi giorni mi è capitato più volte un episodio curioso ma indicativo. Al parlare della possibilità del nuovo secolo cinese, diverse persone hanno detto di avere timori a riguardo proprio per la presenza minacciosa del leader cinese, scambiato però con quello nord-coreano. Questa ricostruzione molto “naif” mi è stata fatta anche da persone del mondo universitario “qualificate” e apparentemente erudite, e questa incapacità minima di distinzione in effetti fa paura.
Sempre facendo un parallelismo storico nel riprendere i casi di Putin o Trump, questa paura verso qualunque azione fatta dai due leader e dai paesi che essi presiedono, ricorda i tempi del maccartismo. Li nacque e fu alimentata una paura verso chiunque manifestasse divergenza dalla leadership americana, e non ci voleva molto all’epoca. Tutti venivano definiti “comunisti”, anche esponenti del mondo democratico, e semplici dissenzienti o presunti tali.

L’operazione comprendeva anche persone comuni alle quali veniva affibbiata l’etichetta dispregiativa di “comunista”. Sembra strano, ma non lo è, che proprio molti esponenti figli della tradizione di pensiero comunista, non abbiano ancora capito questa cosa. Altrimenti fingono adagiandosi, per comodità, nell’affibbiare l’etichetta di “tiranno” o “fascista” al leader russo e a quello americano.
Il vero pericolo, oggi, viene dal maistream mediatico, è lì che si gioca la partita del controllo delle menti e dei cuori dei popoli. Ecco perché tutti coloro che contrastano con le direttive delle élite mondialiste e del maistream, vengono tacciati dei peggiori aggettivi che la storia mette a disposizione.

Tornando alla questione centrale dei riflessi condizionati, questi sono applicati e gestiti su scala globale dalle élite. Questi meccanismi della mente, del resto non sono neanche tanto “nascosti” a chi dalle masse volesse conoscerli. Figuriamoci se poi i “padroni del mondo” non utilizzano questi strumenti in una guerra che è tutta psicologica. La vera guerra, fatta con le armi, le élite non la fanno nel cuore dell’Occidente. Non sarebbe funzionale ad interessi di altro tipo. Per noi meglio giocare con la paura, con l’anestesia legata al consumo di droghe, alcolici e stordimenti pseudoculturali vari. Meglio promuovere ed organizzare l’idiozia nello stile di vita e nel modo di pensare. Meglio far affermare questo calderone totalizzante definito “pensiero unico”, pronto a sanzionare qualunque divergenza.
A tal fine si appresta l’opera degli psicopoliziotti sparsi in tutte le città e quasi sempre inconsapevoli di esserlo.

Pur tuttavia la situazione, come ogni altro fenomeno, arriva sempre ad un bivio, un punto d’inversione si direbbe in fisica. Un momento tale da far prendere coscienza del contesto globale nel quale siamo, e bisogna insistere su questo punto, perché è lì che si gioca la battaglia fondamentale. La coscienza se opportunamente difesa e sollecitata, può essere l’arma decisiva. Del resto stiamo parlando di azioni tutte volte allo stordimento continuo informativo, tecnologico o chimico proprio dei corpi sottili che l’Uomo possiede. E vale la pena giocare questa battaglia fosse anche per il semplice fatto di aver risvegliato e liberato la propria sfera interiore. Questa diverrebbe, anche se solo segretamente, l’unico vero posto che nessuna potenza estranea e, di alcun tipo, può venire a scalfire.
Fonte: megachip.globalist.it

Nico ForconiControInformo.info

Telegram nel mirino dei servizi segreti

Secondo l’FSB, agenzia segreta sostituitasi al KGB, Telegram viene utilizzato dai terroristi per pianificare e organizzare i propri attacchi. Lla nota App di messaggistica criptata, rischia, in Russia, la messa al bando a causa della sua tecnologia End-to-End.

Telegram, la nota App di messaggistica criptata, rischia, in Russia, la messa al bando a causa della sua tecnologia End-to-End

Secondo l’FSB, agenzia segreta sostituitasi al KGB, Telegram viene utilizzato dai terroristi per pianificare e organizzare i propri attacchi. Una delle funzioni dell’App è infatti la possibilità di creare Chat “segrete” con alto livello di criptazione e messaggi con autodistruzione impostata. Uno dei motivi portati di quest’accusa fa riferimento all’attentato del 3 Aprile a San Pietroburgo; dove sembra che nel cellulare dell’attentatore, fossero presenti messaggi Telegram, descriventi le modalità dell’attacco. Per limitare i rischi del terrorismo chiedono, all’attuale CEO, l’accesso a tutti i messaggi della piattaforma.Telegram

Risposta del CEO

Pavel Durov, CEO Telegram, rifiuta però qualsiasi accesso da parte dell’FSB alla sua piattaforma. Poche settimane fa è uscita la notizia che, durante il viaggio del Team negli USA, fosse stato avvicinato dalle autorità americane; con la richiesta di inserire delle Backdoor nella propria applicazione. Uno dei motivi del suo rifiuto, in entrambi i casi, fa riferimento alla Costituzione del proprio Paese, che verrebbe violata dando questa concessione. Oltre a questo, aggiunge, che il bando o la messa in sicurezza di una singola applicazione: non comporta l’interruzione delle pianificazioni terroristiche.

Come lui stesso dichiara: “Se vuoi distruggere il terrorismo bloccando qualcosa, devi bloccare Internet”.

 Conclusioni

Anche se il blocco di Telegram riguarderebbe solo il mercato Russo, la notizia colpisce tutti i paesi. La sua eventuale dismissione non comporterebbe una perdita per le organizzazioni terroristiche, in quanto passerebbero a un’altra piattaforma Criptata. Dal punto di vista di varie persone: l’azione dell’FSB è un chiaro attacco alla propria privacy.
Fonte: www.surface-phone.it

Nico Forconi ControInformo.info

Terrorismo – La farsa infinita dei servizi segreti

A poche ore dall’assalto al London Bridge, si viene a conoscenza non solo delle falle nella sicurezza ma scopriamo anche che l’intelligence inglese ha impiegato gli ultimi venti anni nel sorvegliare il leader laburista Jeremy Corbyn.

Terrorismo – I servizi di intelligence inglesi, interessati a sorvegliare il probabile futuro Primo ministro, trascurano terroristi internazionali

Scavando nel passato del commando che ha assaltato il London Bridge, si scopre che Khuram Shazad Butt e Youssef Zaghba erano già noti alla polizia e all’agenzia di spionaggio britannica MI5.
Youssef Zaghba, 22enne di origine italo-marocchina, era stato addirittura fermato nel Marzo del 2016 all’aeroporto di Bologna, denunciato per terrorismo internazionale ed inserito nelle liste dei foreign fighter, poi passate ai servizi d’intelligence inglesi.TerrorismoA poche ore dall’assalto al London Bridge, si viene a conoscenza non solo delle falle nella sicurezza ma scopriamo anche che l’intelligence inglese ha impiegato gli ultimi venti anni nel sorvegliare il leader laburista Jeremy Corbyn.
Il principale sfidante del premier conservatore uscente Theresa May, secondo quanto riportato dal The Telegraph, viene indicato dallo Special Branch, l’unità della polizia incaricata della sicurezza interna, come “sovversivo” ed impegnato in “attività che intendono minare o rovesciare la democrazia parlamentare attraverso mezzi politici, industriali o violenti”.

Nico ForconiControInformo.info

Stiamo combattendo il terrorismo… creando più terrorismo

Washington e Londra sono più interessate ai cambi di regime all’estero di qualsiasi contraccolpo possa venire al resto di noi in patria. Semplicemente non si preoccupano del prezzo che paghiamo per le loro azioni di politica estera. Nessun grande annuncio della nuova determinazione a “combattere il terrorismo” può avere successo se non si capisce che cosa provoca veramente il terrorismo. Loro non ci odiano perché siamo ricchi e liberi. Ci odiano perché li bombardiamo.

Quando pensiamo al terrorismo, il più delle volte pensiamo agli orrori di un attacco in stile Manchester, dove un attentatore suicida radicalizzato va in una sala da concerto e uccide decine di civili innocenti. È stato un atto imperdonabile di barbarie e di certo ha terrorizzato la popolazione

Quelli che sono meno considerati sono gli attacchi che lasciano molti più civili morti, capitano quasi tutti i giorni non raramente, e producono una costante sensazione di terrore e paura. Questi sono i civili che ricevono le bombe Usa e dei loro alleati in luoghi come la Siria, lo Yemen, Afghanistan, Somalia e altrove.

La scorsa settimana, gli Stati Uniti e gli attacchi della “coalizione” contro la Siria hanno causato la morte di oltre 200 civili e centinaia di feriti. Infatti, anche se l’intervento degli Stati Uniti in Siria avrebbe dovuto proteggere la popolazione dagli attacchi del Governo, gli attacchi aerei Usa hanno ucciso più civili negli ultimi mesi degli attacchi aerei del Governo di Assad. Questo è come quando un medico uccide il suo paziente per salvarlo.

Crediamo veramente di combattere il terrorismo terrorizzando civili innocenti all’estero? Quando capiremo che “danno collaterale” è solo un’altra parola per “omicidio”?

Quello presentato come un successo del recente vertice del G7 in Sicilia è stato un accordo generale ad unirsi per “combattere il terrorismo”. Non siamo stati in “guerra al terrorismo” per gli ultimi 16 anni? Ciò significa in realtà più sorveglianza di civili innocenti, un giro di vite sulla libertà di parola e di Internet, e molte altre bombe sganciate all’estero. Dopo 16 anni di lotta al terrorismo, la situazione è ancora peggiore di quando abbiamo iniziato. Questo non può essere considerato un successo.Terrorismo

I governi sostengono che più sorveglianza ci terrà al sicuro. Ma il Regno Unito è già lo stato di sorveglianza più invadente nel mondo occidentale. Il terrorista di Manchester era sicuramente sullo schermo radar. Secondo quanto riportato dalla stampa, era noto ai servizi segreti britannici, aveva viaggiato e, eventualmente, è stato addestrato nella fabbricazione di bombe in Libia e Siria, i suoi familiari hanno avvertito le autorità che lui era pericoloso. Che altro aveva bisogno di fare per segnalare che poteva essere un problema? Eppure in qualche modo, anche nell’orwelliano Regno Unito, le autorità hanno perso tutti gli indizi.

Ma è anche peggio di così. Il Governo britannico ha effettivamente concesso il permesso per i suoi cittadini di origine libica di recarsi in Libia e combattere al fianco di Al-Qaeda per rovesciare Gheddafi. Dopo mesi di battaglia e indottrinamento, poi ha accolto questi cittadini radicalizzati di ritorno in Gran Bretagna. E dovremmo essere sorpresi e scioccati dei loro attacchi?

Il vero problema è che Washington e Londra sono più interessate ai cambi di regime all’estero di qualsiasi contraccolpo possa venire al resto di noi in patria. Semplicemente non si preoccupano del prezzo che paghiamo per le loro azioni di politica estera. Nessun grande annuncio della nuova determinazione a “combattere il terrorismo” può avere successo se non si capisce che cosa provoca veramente il terrorismo. Loro non ci odiano perché siamo ricchi e liberi. Ci odiano perché li bombardiamo.
Fonte: ronpaulinstitute.org

Nico ForconiControInformo.info

Terrorismo: il ritorno alla human intelligence

Il punto di vista di Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici e coordinatore del Corso di Alta Formazione “Humint e contro terrorismo. L’intelligence delle fonti umane nel contrasto alle minacce terroristiche del 21° secolo”, che si è appena tenuto a Roma nella sede della Società Geografica Italiana.

Lasciamo stare la tecnologia, le intercettazioni, i big data, che negli ultimi decenni sono stati gli strumenti privilegiati dai servizi di intelligence dei Paesi occidentali contro la minaccia del terrorismo. O almeno mettiamoli in secondo piano. Questi mezzi non possono sostituire il valore del tradizionale agente segreto che sfrutta i contatti, si crea un sistema di fonti umane negli ambienti di interesse e che può anche diventare lui stesso un infiltrato.

Questo è ciò che sostiene Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici e coordinatore del Corso di Alta Formazione Humint e controterrorismo. L’intelligence delle fonti umane nel contrasto alle minacce terroristiche del 21° secolo, che si è appena tenuto a Roma nella sede della Società Geografica Italiana. Il corso era rivolto al personale delle istituzioni di sicurezza e difesa specializzato nel contrasto al terrorismo, a esperti delle università e del settore privato, a security managers, dirigenti di imprese e giovani laureati, con l’obiettivo di formare funzionari in grado di gestire fonti umane.

Humint sta per human intelligence, quella disciplina dei Servizi Segreti che consiste nell’acquisizione di notizie attraverso informatori. Alcuni esempi possono essere i colloqui con immigrati o profughi o con impiegati di ritorno dall’estero e gli interrogatori di detenuti. Ma anche operazioni più scabrose come l’utilizzo di fonti occulte che collaborano in segreto per fornire informazioni per esempio sulla politica di Paesi chiusi come l’Iran o la Cina, sulle potenzialità militari di Stati ostili o sulle intenzioni di gruppi legati al terrorismo e alla criminalità organizzata.

È la parte più antica dei Servizi segreti, ma negli scorsi anni è stata usata sempre meno, a favore degli altri settori, come Sigint (Signal intelligence, l’intercettazione e l’analisi di segnali, sia tra individui che tra macchine) e Techint (Technical intelligence, specializzato su armi ed equipaggiamenti militari).TerrorismoQuestioni etiche hanno portato a mettere da parte la Humint. “Se non fosse ancora chiaro, quando si parla di Humint occulta si fa riferimento a infiltrati nelle cellule di terroristi, membri di gruppi criminali pagati per fare la spia, addetti d’ambasciata che diventano uomini dell’intelligence per vendicarsi del loro capo”, spiega Sergio Germani, “operazioni poco accettate dalla morale comune”. Già dalla Guerra Fredda si è preferito puntare su Techint. Negli anni Novanta gli Stati Uniti con una direttiva hanno impedito alla Central Intelligence Agency il reclutamento di fonti umane coinvolte in crimini. Ma il divieto è durato solo per qualche anno perché la CIA in questo modo perse le reti informative che aveva costruito e con l’11 Settembre ci si accorse di aver sbagliato.

Oggi di fronte a un terrorismo caratterizzato da lupi solitari radicalizzati sul web e non sempre ben organizzati, l’informatica e i macchinari non bastano. “Le intercettazioni da sole non ci dicono più di tanto perché vengono usate tecnologie criptate e perché la grande mole di dati che arriva va interpretata”, dice Germani, “la penetrazione di gruppi terroristici attraverso informatori o agenti infiltrati resta il metodo più efficace per avere notizie sui loro piani, intenzioni e personaggi-chiave”.

Dopo l’11 Settembre negli Stati Uniti la Humint è stata rilanciata e lo stesso è successo in Europa nei Paesi colpiti dagli attentati. In Italia ci sono ancora pochi funzionari e, secondo Germani, ne servirebbero di più e più preparati a muoversi con una certa spregiudicatezza.

Per lavorare nello Human intelligence sono richieste competenze relazionali, di comunicazione e conoscenze specifiche sulle tecniche di gestione delle fonti. Come spiega Germani, per reclutare un informatore non si può fare un semplice approccio al telefono, bisogna coltivare la relazione, poi fare la proposta di collaborazione, che è aperta ma sempre clandestina. Il primo passo è scegliere il soggetto adatto, capire i contatti che ha e quanto può essere utile. In un secondo momento, si individuano le vulnerabilità che possono renderlo disponibile ad aiutare l’intelligence: può farlo per soldi, per simpatia verso il Paese, per motivi sentimentali o per risentimento nei confronti dei capi.

Per avvicinarsi alle cellule di terroristi sarebbero opportuni anche infiltrati di religione islamica assunti come veri funzionari, come già avviene in altri Paesi, e non solo come informatori. Sapere l’arabo non è indispensabile, secondo Germani, ma ci vuole qualcuno che conosca e rispetti il Corano.
Fonte: it.businessinsider.com

Nico ForconiControInformo.info

Manchester Arena – Quello che i media non ci hanno detto

Manchester Arena – Tutto quello che media e politici non vogliono si sappia su Salman Abedi, prodotto del rovesciamento di Gheddafi in Libia e “ribelle” armato in Siria.

Manchester Arena – Tutto quello che media e politici non vogliono si sappia su Salman Abedi, prodotto del rovesciamento di Gheddafi in Libia e “ribelle” armato in Siria

Leggi tutto “Manchester Arena – Quello che i media non ci hanno detto”