Il golpe in Arabia Saudita è la ciliegina sulla torta geopolitica di Trump e Putin

Tom Luongo, 8 novembre 2017Il regno del principe ereditario Muhamad bin Salman in Arabia Saudita è iniziato, come proverbiale “Notte dei coltelli lunghi” divenuta settimana. E probabilmente si prolungherà di molto. Le sue mosse sono molto più che consolidare il potere donatogli dal padre re Abdallah. Si tratta di cambiamenti enormi nel regno. Bin Salman, in soli cinque giorni, ha completamente smantellato lo status quo vecchio di decenni. Nella mia prima reazione avevo scritto: “Niente è cambiato economicamente per i sauditi. Le mosse di bin Salman questo fine settimana sono in linea col mandato di Donald Trump di ripulire la corruzione sui media e le istituzioni politiche statunitensi. I purgati, in particolare il principe Walid bin Talal, era il principale vettore di tale corruzione. Lui e Trump erano nemici pubblici, insultandosi su twitter. La sua presenza negli Stati Uniti era ampia. Tale purga, penso, fa parte del pegno del regime del Sumpman alla visita di Trump. Allo stesso tempo Putin vuole garantirsi che i sauditi riducano l’avventurismo al minimo”. La penso ancora così. Infatti, credo ancor più che bin Salman abbia capitolato completamente ai grandi attori della regione, Stati Uniti e Russia. Il vecchio regime saudita perseguiva la via al suicidio che inizialmente bin Salman continuava. Le guerre in Siria e Yemen erano sue operazioni. Così l’isolamento diplomatico del Qatar a giugno. Queste erano tutte mosse aggressive concertate con Israele per distruggere l’influenza iraniana sulla penisola araba e in Siria. Il problema è che questi piani sono criminali fallimenti.

Il fallimento è un’opzione
Così fu la guerra sul prezzo del petrolio voluta da Stati Uniti e Russia. L’aspettativa era continuare la politica di Obama/Clinton per consentire ai sauditi di continuare a far pressione sui produttori di scisto statunitensi. Ma non funzionò perché la Russia era il produttore di petrolio che guadagnava di più al mondo, una posizione sostenuta totalmente dalla Cina, consumatore di tale petrolio. I bassi prezzi del petrolio hanno esaurito le finanze del Paese a causa della continua rivalutazione della valuta, il Riyal, sul dollaro statunitense. E con tale crisi finanziaria, che il regno non può placare se vuole il sostegno dagli Stati Uniti, bin Salman ha fatto la cosa migliore. Ha sequestrato il denaro raccolto dall’opposizione e, secondo questa relazione, oltre ai 30 miliardi già sequestrati, ci sono più di 800 miliardi di beni disponibili. Ciò mi dice che l’OPA sull’Aramco può attendere, poiché l’obiettivo era raccogliere 400 miliardi di dollari dalla vendita di una quota dell’azienda. Questo verrà utilizzato per alimentare il Vision 2030 di bin Salman per modernizzare l’economia dell’Arabia Saudita. Se sia possibile non lo sa nessuno, ma resta il fatto che l’OPA sull’Aramco non avrebbe mai portato tanto denaro. È stato detto che i sauditi hanno tolto l’embargo al porto yemenita di Aden. Resta da vedere a cosa preluda, ma se è il primo passo verso la fine della guerra disastrosa, allora è molto interessante.

Connessione israeliana
Queste mosse portano anche ad altre questioni. Nei giorni scorsi, l’associazione tra i sauditi ed Israele veniva fuori da un comunicato trapelato dal ministero degli Esteri israeliano che affermava apertamente direttive pro-saudite ed anti-iraniano-libanesi. È anche ben noto che il deposto principe Walid e l’ex-principe ereditario Nayaf erano i favoriti della CIA, o almeno di una sua fazione. Ora, con loro fuori dal quadro, ciò dice un paio di cose:
– Israele ha più fili con l’Arabia Saudita di quanto si pensasse.
– La guerra di Trump contro la CIA gli ha portato una grande concessione.
Cosa intendo? Semplice. Perché Trump ha insistito a rendere pubblici i file su JFK dopo la bomba dell’Uranium One? Imporre un negoziato coi nemici presso le varie agenzie d’intelligence e sostenere ciò che accade in Arabia Saudita, sono una possibile spiegazione. Per mesi ho sostenuto che Trump e Putin si accordavano sulla pace in Medio Oriente. “Isolando il Qatar, i sauditi, per quanto odiosi, ridefiniscono i limiti di questo nuovo mondo arabo. Perciò mi aspetto che Trump e Putin, dietro le quinte, impongano, come Trump chiarì nel suo discorso di due settimane fa, che terrorismo e lotta tra sette arabe debbano finire. Che l’Arabia Saudita ospitasse tale discorso dice tutto quello va saputo su cosa accadrà in futuro. Il Qatar è divenuto il capro espiatorio dei crimini nel mondo arabo. Ma la domanda resta, dove andranno? O, cosa più importante, dove glielo si permetterà. Ma non importa, l’ulteriore appoggio al terrorismo radicale dai wabhabiti deve finire. I sauditi hanno solo detto che il gioco è finito ad occidente, e Iran (e Russia) non lo faranno ad oriente. Ecco iniziare la de-escalation in tutta la regione”. Il crollo dello SIIL in Siria e Iraq preparava il golpe degli agenti di Trump/Putin in Arabia Saudita.

Lo show di Trump e Putin
E mentre Trump ha passato tempo a rumoreggiare apertamente sul sostegno d’Israele, la realtà è che Israele si avvicina al momento in cui non potrà più violare le regole e aspettarsi che gli Stati Uniti lo sostengano sempre. Con gli Stati Uniti, da un lato, che controllano i capricci di sauditi e israeliani, e la Russia, dall’altro, che garantisce che Iran e Hezbollah non sfruttino le posizioni indebolite dei sauditi, si costituisce il quadro per un processo sostanziale di pace duratura nella regione. Con Trump e Putin che s’incontreranno in Vietnam, sospetto che sarà il tema principale della conversazione. Trump ha attuato la sua parte del piano. Ora le prossime mosse verranno da Putin, probabilmente iniziando dal vertice di Sochi il 18, dove i negoziati politici siriani dovranno iniziare. Il quadro si compone. La narrazione che Trump colludesse con la Russia per usurpare le elezioni era anche volta ad impedire questi eventi. Ora che ci sono stati e si è più vicini a un quadro pacificato mai visto prima, ci sarà tempo per tutti di fermarsi ed ammirare il chutzpah usato per tirarlo fuori.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

Yemen, raid aereo saudita su un hotel vicino Sana’a: è strage di civili

Secondo l’informazione locale ci sarebbero almeno 60 morti. Nel mirino della coalizione, l’area nord della capitale, controllata dai ribelli Huthi

Un bombardamento tremendo quello messo in atto dalla coalizione saudita sulla capitale yemenita Sana’a. Con una missione aerea avviata allo scopo di colpire un avamposto militare dei ribelli Huthi, i jet hanno distrutto un albergo dell’area nord della capitale (controllata proprio dall’etnia di appartenenza sciita), provocando decine di morti. Secondo quanto riferito da “Al Jazeera”, la quale ha citato la tv controllata dagli Huthi, “Al Maseera”, almeno una trentina delle persone decedute sarebbero civili, investite dal fuoco del raid mentre si trovavano nei pressi o dentro la struttura a due piani. Altre fonti, peraltro, riportate dall’agenzia “Ap”, parlano di un bilancio in salita, riportando il timore che vi siano almeno una 60 morti.Yemen bombardamento

I radi su Sana’a

L’area colpita è stata quella di Arhab, a circa 35 chilometri dalla parte settentrionale di Sana’a. Secondo quanto finora riferito dalle agenzia locali, decine di persone sarebbero rimaste ferite. Hakim Al Masmari, un giornalista del quotidiano Yemen Post, avrebbe riferito ad “Al Jazeera” che quello odierno è stato appena uno dei 25 raid che, a partire dalla mezzanotte, hanno vessato la capitale dello Yemen, tutti effettuati dalla coalizione guidata dai sauditi e miranti alla zona nord della capitale, come detto in mano agli Huthi come anche altre aree della città.

Yemen, la tragedia dimenticata

Un bilancio, quello di Sana’a, che contribuisce ad accrescere uno scenario estremamente drammatico come quello della guerra in Yemen. Una tragedia non solo dal punto di vista militare (con la coalizione guidata dall’Arabia Saudita che sostiene il governo nella lotta interna con la fazione dissidente Huthi) ma anche umanitario, con una popolazione civile messa a durissima prova dalla violenza del conflitto e da un’attenzione mediatica per troppo tempo estremamente ridotta. Tra scontri armati, fuochi incrociati, epidemie e malnutrizione, la crisi dello Yemen ha ricevuto ben poco riscontro a livello internazionale, passando in gran parte sotto silenzio: la situazione di estrema tensione fra governo locale e fazione ribelle, infatti, rende estremamente complesso approssimarsi al Paese, sia per i mezzi di informazione che per i supporti umanitari, acuendo notevolmente il dramma estremo della popolazione, in particolare dei minori. Solo per fare un esempio, un recente report dell’Unhcr ha parlato di 5.676 bombardamenti aerei effettuati solo nei primi sei mesi del 2017, più che nell’intero 2016, quando furono 3.936.

Fonte: interris.it

Roberto Mora – ControInformo.info

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaidaal-NusraHamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC Newsriferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: aurorasito.wordpress.com

Roberto Mora – ControInformo.info

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo acellerato le riserve finanziarie per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.

Fonte: aurorasito

Roberto Mora – ControInformo.info

Sul conflitto geo-economico saudita-qatariota

Alessandro Lattanzio, 24/6/2017

Le richieste dell’Arabia Saudita al Qatar sono le seguenti:
1. Rompere i rapporti con l’Iran.
2. Chiudere la base militare turca e porre fine alla cooperazione militare con la Turchia.
3. Chiudere al-Jazeera.
4. Non finanziare più media come Arabi21, Rassd, Araby al-Jadid e Middle East Eye.
5. Fermare i finanziamenti a individui, gruppi o organizzazioni designati terroristi da Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrayn e Stati Uniti.
6. Rompere i legami con Hezbollah, al-Qaida e SIIL.
7. Estradare i terroristi provenienti da Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn, bloccarne i finanziamenti e fornirne informazioni e dati.
8. Non interferire negli affari interni e non concedere la cittadinanza a cittadini ricercati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrayn. Annullare la cittadinanza già concessa a questi ex-cittadini ricercati.
9. Sospendere ed informare sul sostegno agli oppositori politici in Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn.
10. Risarcire i Paesi interessati da tali attività.
11. Allinearsi agli altri Paesi del Golfo militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, secondo l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita nel 2014.
12. Sottoporsi a una supervisione mensile nel primo anno, e per i seguenti 10 anni essere monitorato annualmente per attestare la conformità alle suddette richieste.
13. Decidere sull’attuazione delle richieste entro 10 giorni (entro il 3 luglio 2017).Arabia Saudita ed alleati hanno stilato questo ultimatum per il Qatar, in cambio della fine dell’embargo commerciale e diplomatico imposto al Paese. Il Qatar si è rivolto a Turchia e Iran per l’importazione di derrate alimentari. La politica statunitense verso il Qatar invece è segnata dalla confusione, con il dipartimento di Stato degli USA, allarmato sul destino della base aerea statunitense al-Udayd nel Qatar, che chiede ai sauditi di specificare le azioni che il Qatar deve adottare per la revoca dell’embargo, avvertendo che tali richieste devono essere “ragionevoli e attuabili“. Invece il ministro della Difesa della Turchia respingeva la pretesa che Doha rescinda i rapporti militari con Ankara.
Il Qatar, grande produttore di gas, ha notevoli riserve finanziarie ed energetiche che sicuramente attraggono l’interesse di Ryadh, soprattutto del prossimo monarca Muhamad al-Salman, figlio di re Salman, che prevede ampi investimenti volti a creare un’economia ‘non-petrolifera’ per l’Arabia Saudita.
In effetti, l’Arabia Saudita è sempre più in gravi difficoltà economiche, riflesso dell’impegno, gravoso e perdente, assunto dal clan dei Saud verso Siria, Iraq e Yemen, finanziando le varie organizzazioni terroristiche che affliggono questi Paesi, ma che oggi vengono sconfitte sul campo ed eliminate dal quadro politico regionale. Un impegno quindi gravoso ed inutile. A ciò va aggiunta la battaglia sul prezzo del petrolio che si è dimostrata semplicemente suicida, volta soprattutto a danneggiare la produzione di petrolio bituminoso nordamericano, con il risultato di aiutare l’ascesa di Trump negli USA, dato che l’ex-presidente Obama aveva puntato sullo Shale Oil per rilanciare in parte l’economia statunitense. Vera ragione del freddo registratosi tra Washington e Ryadh nell’ultima fase della presidenza Obama.
Con l’ascesa di Trump, si è accesa una battaglia intestina nel clan dei Saud, tra chi ha mostrato una tendenza a conciliarsi con la Russia e soprattutto la Cina, nella stabilizzazione dei prezzi del petrolio e della relativa gestione dei flussi, forse pensando a uno sganciamento dal rapporto simbiotico tra petrolio saudita e dollaro statunitense; e chi invece vuole perpetuare e rafforzare tale simbiosi, con un’amministrazione Trump più favorevole al progetto che non quella Obama. Non è un caso che il neo-principe ereditario saudita sia molto vicino agli ambienti imprenditoriali statunitensi, e che forse ne sia perfino un agente, il cui compito immediato è sventare l’adesione della regione del Golfo Persico all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese, creando tensioni e minacce con chi appare propenso ad aderire all’iniziativa cinese, come l’Iran soprattutto. In effetti, Teheran sarebbe la testa di ponte che permetterebbe allo Yuan/Renbimbi cinese di approdare nel mercato petrolifero mondiale quale altra valuta di scambio mondiale di risorse energetiche. E difatti il 14 aprile 2015, il Qatar apriva il primo centro di cambio in yuan del Medio Oriente, per sostenere commercio e investimenti tra Cina e Golfo Persico. “Il lancio del primo centro di compensazione in renminbi a Doha crea la piattaforma necessaria per realizzare il pieno potenziale del Qatar e dei rapporti commerciali della regione con la Cina“, dichiarava il governatore della banca centrale del Qatar Abdullah bin Saud al-Thani. “Faciliterà maggiori investimenti e finanziamenti in renminbi e promuoverà maggiori legami commerciali ed economici tra la Cina e la regione, aprendo la strada a una migliore cooperazione finanziaria e rafforzando la preminenza del Qatar a centro finanziario di Medio Oriente e Nord Africa“. La Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) di Doha è la banca operativa presso l centro di cambio, al servizio di aziende del Medio Oriente. Il centro “migliorerà le transazioni tra le imprese della regione e della Cina, consentendogli di risolvere direttamente il commercio in renminbi, attirando maggiori scambi in Qatar e rafforzando la collaborazione bilaterale ed economica tra Qatar e Cina”, dichiarava il presidente dell’ICBC Jiang Jianqing. Le importazioni del Golfo dalla Cina sono in rapida crescita, e le banche commerciali avrebbero utilizzato il centro di cambio di Doha, piuttosto che quelli di Shanghai o Hong Kong. Il commercio tra Cina e Qatar triplicò nel 2008-2013, arrivando a circa 11,5 miliardi di dollari. Anche il Consiglio economico di Dubai, organo consultivo del governo degli EAU, suggeriva di sviluppare un centro di compensazione regionale per le operazioni in yuan. Nel novembre 2014 le banche centrali cinese e qatariota firmarono un contratto di scambio di 35 miliardi di yuan (5,6 miliardi di dollari), pari a un contratto simile stipulato tra Cina e EAU nel 2012. Inoltre, Banca Nazionale del Qatar, Qatar International Islamic Bank (QIIB) e il broker cinese Southwest Securities firmarono un memorandum d’intesa per far accedere le due banche del Qatar ai mercati cinesi e sostenere i titoli della Southwest nei mercati del Medio Oriente.
Le prime quattro banche commerciali della Cina incrementano la loro quota di mercato in Medio Oriente (Asia Occidentale) e Nord Africa (WANA). Nel 2008
presso il Centro Finanziario Internazionale di Dubai (DIFC), la Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC), la China Construction Bank (CCB), l’Agricultural Bank of China (ABC) e la Bank of China aprirono i loro uffici regionali. E tra il 2013 e il 2015 queste banche cinesi raddoppiarono i loro bilanci. Tale espansione era permessa da tre fattori:
1. Robusto rapporto commerciale tra Cina e Paesi del Golfo, come già visto. Come osservò il Ministro del Commercio cinese Gao Hucheng nel 2016, il blocco regionale del GCC è la maggiore fonte d’importazione di petrolio della Cina e la Cina è l’ottavo partner commerciale del GCC.
2. I responsabili politici cinesi e la Commissione per la regolamentazione bancaria cinese dedicano sempre più attenzione alla presenza delle istituzioni finanziarie cinese nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni la Cina ha promosso l’internazionalizzazione del Renminbi (RMB) e le banche cinesi vengono incoraggiate ad operare all’estero, dato che la “One Belt, One Road Initiative” della Cina, l’iniziativa “Cintura economica della Via della Seta” e “Via della Seta marittima del XXI secolo”, creano notevoli opportunità per le banche cinesi nel GCC e nella WANA.
3. Condizioni finanziarie specifiche globali: i prezzi del petrolio depressi hanno spinto creditori e finanzieri del GCC a perseguire i rendimenti altrove, mentre governi e società del GCC cercano fonti alternative di finanziamento.
Le “Grandi Quattro” non solo puntano ai mercati del GCC, ma hanno iniziato ad emettere obbligazioni in RMB attraverso il Nasdaq Dubai. E ancora più importante, le banche cinesi nella regione agevoleranno anche l’istituzione di una rete di centri di transazione finanziaria e di cambi basati sul RMB. Nel gennaio 2016, il RMB Tracker del sistema SWIFT dimostrò che il RMB è la valuta più utilizzata da Emirati Arabi Uniti e Qatar per i pagamenti diretti con Cina e Hong Kong. Nel 2016, la ICBC diventava il nono maggiore fornitore di prestiti nel GCC, un salto enorme. Tra i clienti della ICBC vi sono società statali come International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi e Mubadala, Emirates Airline, Qatar Airways e Saudi Electricity Company. L’ICBC è la seconda banca cinese ad entrare nella Dubai Commodities Clearing Corporation (DCCC), dopo la Bank of China, divenendo la banca di liquidazione della Dubai Gold and Commodities Exchange (DGCX) nel novembre 2016. Questa partnership permette di fornire sufficiente liquidità in RMB per il commercio e gli investimenti tra la Cina e la regione. La Bank of China a sua volta è uno dei nove sottoscrittori assunti dal governo saudita per organizzare la prima vendita di obbligazioni internazionali del regno. L’Agricultural Bank of China (ABC) emise bond da 1 miliardo di yuan sul Nasdaq Dubai, nel settembre 2014, e nell’ottobre 2016, la filiale di Hong Kong della China Construction Bank (CCB) fornì un prestito di 600 milioni di dollari, sempre sul Nasdaq Dubai. Nell’ottobre 2016, l’ABC fu nominata dalla DGCX primo creatore di mercato per i Shanghai Gold Futures. La presenza delle “Grandi Quattro” in Medio Oriente spiana la strada all’One Belt, One Road Initiative della Cina nella regione.
Va ricordato che il 13 aprile 2016, Banca industriale e commerciale della Cina, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications avrebbero partecipato assieme ad altri 13 soggetti, tra banche cinesi e aziende aurifere, al sistema di valutazione dell’oro denominato in yuan. Una manovra attuata in vista della preparazione della moneta cinese alla completa convertibilità. Inoltre, la Cina, quale primo produttore, importatore e consumatore d’oro al mondo, affrontava la necessità di non dipendere dai prezzi in dollari USA nelle transazioni internazionali. All’iniziativa aderivano anche Chow Tai Fook, il più grande rivenditore di gioielli al mondo, la casa commerciale svizzera MKS, e le aziende minerarie cinesi China National Gold Group e Shandong Gold Group. Il prezzo di riferimento si basava sul contratto di vendita di 1 kg d’oro presso la Shanghai Gold Exchange (SGE), entrando in diretta concorrenza con la piattaforma dei prezzi di Londra. Sarà tutto questo a suscitare lo scontro inaspettato tra il Qatar di al-Thani e l’Arabia Saudita del suo coetaneo e aspirante omologo Muhamad al-Salman?Dal gennaio 2015, il principe Muhamad al-Salman pianifica la grande ristrutturazione del governo e dell’economia dell’Arabia Saudita, assumendo il controllo del monopolio statale del petrolio, della politica economica e del ministero della Difesa del regno saudita. Nell’aprile 2016, Muhamad al-Salman previde la creazione di un fondo sovrano da 2 trilioni di dollari, destinato ad acquistare attività esterne al settore petrolifero; “Così, entro 20 anni, saremo un’economia o uno Stato che non dipende prevalentemente dal petrolio“. Nel frattempo il principe riduceva i sussidi su benzina, luce e acqua, e prevedeva un’imposta sul valore aggiunto e tasse su beni di lusso e bevande zuccherate. La reazione del pubblico a tali misure fu diffidente ed irata, dato che le bollette aumentarono del 1000 per cento, mentre altri, come Barjas al-Barjas, commentatore economico, criticavano la vendita delle azioni dell’Aramco, “Perché mettiamo a rischio la nostra principale fonte di sussistenza? È come se prendessimo un prestito dall’acquirente che dovremo ripagare per il resto della vita“. È il solito metodo liberista volto a distruggere un’economia con la scusa di ‘riformarla’ e ‘modernizzarla’. L’Aramco è il primo produttore di petrolio al mondo, pompando più di 12 milioni di barili al giorno, ed è il quarto maggiore raffinatore del mondo. Aramco controlla le seconde riserve di petrolio del mondo.
Secondo il principe Muhamad, il fondo sovrano saudita dovrebbe investire metà delle risorse all’estero, esclusa l’Aramco. Su ciò il futuro re dell’Arabia Saudita dice che non importa se i prezzi del petrolio aumentano o diminuiscono. Se aumentano, ci saranno più soldi per questi investimenti. Se scendono, l’Arabia Saudita, produttore mondiale dai costi più bassi, si espanderà nel mercato asiatico in ascesa. Perciò propose il congelamento della produzione petrolifera dell’OPEC il 17 aprile 2016, in occasione di una riunione in Qatar. “Non c’interessano i prezzi del petrolio, 30 o 70 dollari, sono tutti uguali per noi. Questa battaglia non è la nostra battaglia“. Il principe Muhamad ha come consulente finanziario Muhamad al-Shayq istruitosi a Harvard ed ex-avvocato di Latham&Watkins e Banca mondiale. Secondo al-Shayq, dal 2010 al 2014 la “spesa inefficiente” saudita passò da oltre 100 milioni di ryal a 500 milioni (circa 100 miliardi di dollari) all’anno; un quarto del bilancio saudita. “Nella primavera 2015, il Fondo Monetario Internazionale e altri previdero che le riserve dell’Arabia Saudita sarebbero durate cinque anni, coi bassi prezzi del petrolio, e il team del principe scoprì che il regno diveniva rapidamente insolvente. Al tale livello di spesa, l’Arabia Saudita sarebbe andata “in bancarotta” entro due anni, nel 2017. Per evitare la catastrofe, il principe Muhamad tagliò il bilancio del 25 per cento, ed iniziò ad imporre l’IVA e altri prelievi. Il tasso di consunzione delle riserve valutarie dell’Arabia Saudita, 30 miliardi di dollari al mese nella prima metà del 2015, iniziò a diminuire”.
Nel 2009, l’allora re Abdullah si rifiutò di approvare la nomina del principe Muhamad, che quindi ripiegò nell’ufficio del governatore di Riyadh, dove si scontrò con parte del clan dei Saud, che l’accusò di usurpazione di poteri denunciandolo presso re Abdullah. Nel 2011, re Abdullah nominò ministro della Difesa l’allora principe Salman, ma ordinò al figlio Muhamad di non mettere piede nel ministero. Muhamad si dimise dall’ufficio del governatorato e riorganizzò la fondazione creata dal padre, l’attuale re Salman. Nel 2012 il principe Muhamad rientrò nella corte, dove ricevette l’incarico di condurre un repulisti nel ministero della Difesa. Il re lo nominò sovrintendente dell’ufficio del ministro della Difesa e membro del governo. Fu Muhamad che assunse le compagnie di consulenza militare statunitensi Booz Allen Hamilton e Boston Consulting Group per modificare le procedure per l’acquisto di armamenti e gestire appalti, informatica e risorse umane. Dopo l’ascesa al trono del padre Salman, Muhamad fu nominato ministro della Difesa, capo della corte reale e presidente del consiglio che sovrintende all’economia saudita. Infine, Salman sostituiva il fratello come principe ereditario, nominando al suo posto il nipote Nayaf e il figlio Muhamad. Il decreto fu approvato a maggioranza dal Consiglio di reggenza della famiglia al-Saud. E così il principe Muhamad prese il controllo dell’Aramco 48 ore dopo. Nel marzo 2016, il principe Muhamad e il senatore neocon statunitense Lindsey Graham s’incontrarono a Riyadh per discutere del “nemico comune” di Israele e Arabia Saudita: l’Iran. “Rimasi a bocca aperta; non riuscivo a capire quanto sia confortevole incontrarlo”, disse Graham, “è un ragazzo che vede la natura limitata delle entrate e, anziché peggiorarle, vede un’opportunità strategica. La sua visione della società saudita è che in fondo sia giunto il momento di avere meno per i pochi e più per i molti. I membri principali della famiglia reale erano identificati dal privilegio. Vuole che siano identificati dai loro obblighi invece“.Fonti:
Bloomberg
Colonel Cassad
Emerge85
Reuters
Reuters
The Guardian

Tratto da: aurorasito.wordpress.com

Roberto MoraControInformo.info

CIA premia Principe saudita per sforzi contro terrorismo

Mohammed bin Nayef bin Abdulaziz al-Saud, Principe eriditario saudita, ha ricevuto una targa dalla CIA per il lavoro di intelligence svolto in materia di antiterrorismo.

Arabia Saudita – Principe ereditario riceve una targa dalla CIA per il lavoro di intelligence svolto in materia di antiterrorismo

Il sito Moon of Alabama ci informa di come il principe ereditario saudita Mohammed bin Nayef bin Abdulaziz al-Saud, Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni, abbia ricevuto una targa dalla CIA per il suo distinto il lavoro di intelligence antiterrorismo e per il suo contributo per garantire la pace e la sicurezza internazionale.
La targa, che prende il nome di “George Tenet”, è stata consegnata dal Direttore della CIA Michael Pompeo.

Nonostante le smentite di rito da parte dell’Arabia Saudita, i rapporti con lo Stato Islamico e con il terrorismo internazionale sembrano tutt’altro che limpidi; il dossier consegnato da Vladimir Putin al summit di Antalya, durante il G20 del 2015, redatto da “Brookings Institution”, è solo uno dei tanti documenti che dimostrano la complicità tra l’Arabia Saudita e l’ISIS.Arabia SauditaSecondo Fuad Hussein, capo di gabinetto del leader del Kurdistan iracheno Massoud Barzani, “molti Stati arabi del Golfo, in passato, hanno finanziato gruppi sunniti in Siria ed Iraq che sono confluiti in Isis o in Al Nusr,a consentendogli di acquistare armi e pagare stipendi”.
David Phillips, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa ora alla “Columbia University” di New York, assicura, sempre secondo il Brooking Institute che “sono molti i ricchi arabi che giocano sporco, i loro Governi affermano di combattere Isis mentre loro lo finanziano”.

Secondo il blog Money Jihad le più importanti fonti di finanziamento dell’Isis sono “le sadaqa [donazioni volontarie] dai donatori arabi del Golfo, la vendita di petrolio e il controllo di infrastrutture chiave”. In particolare, le sadaqa sono arrivate, nel passato, da donatori privati sauditi, del Qatar, del Kuwait, degli Emirati Arabi e anche dall’Indonesia, specifica il blog.

Alla luce di tutto ciò, una targa all’Arabia Saudita per gli sforzi in ambito di antiterrorismo e per il suo contributo per garantire la pace e la sicurezza internazionale, ci sembra più che meritata.

Nico ForconiControInformo.info